CARA NOëL, PAPA’ TI SCRIVE – Angelo Nocent

QUALE GENITORE NON VORREBBE SAPER DARE AL DOLORE ESISTENZIALE DEI PROPRI FIGLI LE PAROLE CHE ESIGE ?

E’ TANTO DIFFICILE MA, A COSTO DI SBAGLIARE, BISOGNA PROVARE… 

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Fiori-tulipani

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Cara Noël,

                             ci vogliamo bene, tanto bene. Ma la nostra confidenza non ha mai valicato certi confini, vuoi per pudore o per riservatezza, forse per timidezza o  non so cosa…

Da che mondo è mondo l’anima di ogni persona, man mano che cresce, si fa dolente. Alcune volte si sopporta, altre ci si logora ed ormai ci rendiamo sempre più conto che è necessario chiedere aiuto. Le figure che possono dare una mano – genitori a parte – sono tante: i professori, il medico, lo psicologo, un sacerdote e, se necessario anche lo psichiatra, figura quest’ultima che fatica ad entrare nel nostro immaginario collettivo, visto distortamente come “il medico dei matti”, quando invece sarebbe sensato equipararlo al  medico di famiglia, all’oculista o al ginecologo, verso i quali ormai si accede  senza stupidi pregiudizi.

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Da papà, il momento critico che vai attraversando come tanti ragazzi della tua età, mi coinvolge fino al midollo. Forse esagero anche. Ma i genitori  soffrono di una duplice tendenza estrema: sottovalutare i problemi  o caricare eccesivamente di significato tutto ciò che succede. La verità è che abbiamo sempre un po’ di rimorso di coscienza per quello che avremmo voluto fare per i figli e non siamo riusciti a farlo.

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Per ridurre questo disagio ho pensato di rendere partecipe te, tuo fratello, la mamma, tutti… dei pensieri che sovrabbondano nel cuore e che guizzano come pesci prigionieri dell’acquario ma che non arrivano a destinazione. In un primo tempo avevo pensato di fermarli sulla carta. Ma chi la usa più ?

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Di qui l’idea di utilizzare questi nuovi mezzi di comunicazione. Si dice che creino dei problemi ma anche ne risolvono. Si sostiene che cellulare, PC, siano macchine, senz’anima, che spersonalizzano e che questo rapporto è freddo. Ma io credo che, se mi indirizzo a te che sei in carne ed ossa e parte di me, tante difficoltà cadono da sole.

Così proverò a raccontarmi, quando è possibile, ed  a raccontare, come so e posso, le cose viste, sentite e sperimentate lungo gli anni su questo BLOG, meravigliosa invenzione dei nostri giorni che mi mette a mio agio molto più del telefonino che mi fa sentire a scoppio ritardato quando devo digitare e mi nevrotizza.

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Mi sono detto che, nel discorso complessivo dei vari temi che coltivo, degli argomenti che tratto, mi sarebbe bastato aprire una parentesi, dedicare una pagina alla mia anima, per prendere tre piccioni con una fava. Ed è proprio quanto vorrei tentare. Ho immaginato che forse non vi dispiacerebbe ascoltare le mie aritmie che vengono dall’ansia, dai timori e preoccupazioni… dalle forti emozioni che di questi tempi tendono a ripetersi con discreta frequenza…

Anch’io sono un uomo di vetro, come il Prof. Andreoli che ammiro, anch’io mi appoggio sulla forza della fragilità, anche perché a convincermene, prima ancora di lui,  è stato l’Apostolo Paolo che, raccontando la sua esperienza, usa espressioni che sembrano paradossali:

      • Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia.

      • A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

      • Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.

      • Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte. (2Cor 12,7-10)

Questa piccola testimonianza audio-visiva è dedicata a COLORO CHE NON TROVANO PACE:

I tempi sono quello che sono e dobbiamo confrontarci con essi. Voi ragazzi fate più fatica ad attraversare la fase critica delle domande radicali che la vita impone a ciascuno, individualmente, perché arrivano in anticipo le risposte devianti, suggestive e convincenti di segno opposto.

Come mi piacerebbe che tu avvertissi la fede che mi regge, la forza che mi viene so io da chi…

Ma sono doni che non si posso trasmettere e che solo Dio può concedere. Però io posso implorarlo, cosa che  del resto faccio ogni giorno, ogni ora, ad ogni respiro, sicuro di essere esaudito, perché Lui, quando sarà il momento, giungerà.

Anzi – forse non te ne rendi ancora conto – Lui è già arrivato e tu dentro di te non lo cercheresti, con i tuoi aneliti di libertà e felicità, se non lo avessi già trovato. Solo che per il momento si cela e si fa desiderare come nel gioco da innamorati, Ma – ne sono certo – quel giorno verrà e sarà festa e gioia e liberazione, pur nelle difficoltà che non spariranno per magia… E tutto avverrà per Sua iniziativa, accadrà per amore, solo per amore.

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Non mi aspetto che tu mi ponga delle domande; sarebbe già molto che prendessi in considerazione le mie riflesioni ad alta voce. Rispetto i tuoi maestri, le figure autorevoli presenti nel tuo processo evolutio. Nel vostro lavoro non intendo pormi trasversalmente nè interferire se non richiesto.  Mi rendo conto che la mia, per quanto sincera, disinteressata, è pur sempre una voce di parte. Tu devi raccogliere, valutare, soppesare, discernere e poi… farti le tue convinzioni che ti auguro  sempre aperte alla rettificha, giacché le idee patiscono l’usura del tempo.

Tu sai bene che mi sforzo di essere “Uomo di fede e di ragione”. E mi accompagna un principio che ho acquisito in gioventù leggendo un bel libro: “Educare educandosi”.  Credi che mi sia andata bene? Quanti insuccessi, quanti sbagli nella mia vita, nonostante questa attenzione!

Epperò mi sono sempre ritrovato ad essere terapeuta di me stesso  – si fa per dire – grazie a persone incontrate nella giovinezza che mi hanno chiesto molto, additato mete impegnative. Mai sono stato all’altezza delle proposte. Ma ho provato a cimentarmi. Poi in età adulta ho trovato una spalla d’appoggio nel mio arcivescovo Caro Maria Martini che nei suoi lunghi anni di Pastore mi ha curato attraverso la LOGOS-terapia di cui spero di avere modo di parlarti (da non confondere con logoterapia di cui anche parleremo).

Lui mi ha insegnato ad utilizzare al meglio le medicine per curare le ferite dell’anima, un bisogno diffusissimo nella nostra società, così povera di terapeuti extra istituzionali. In realtà ciò che mi ha trasmesso, a sua volta l’ha ricevuto da quello Psicologo, ormai comune,  che egli stesso mi ha suggerito e che utilizzava anche per sè. Si tratta di una Persona davvero formidabile, terapeuta di  di chiarissima fama, dai metodi intramontabili. Così colgo l’occasione per raccomandarlo anche a te e agli amici  di tutto il mondo. Se vai qui, troverai il suo indirizzo e saprai tante cose sul suo conto: psicoterapeutasuper. Ma fai attenzione perché è furbo: la prima cosa che fa è suscitarti il Desiderio di Lui…

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Oggi comincerò ad accennarti del mio amico Eppitèto, di cui forse non hai mai sentito parlare. Dico che è un mio amico anche se si tratta di una persona saggia vissuta attorno all’anno 50 d.C. a IERAPOLI. Di lui ho trovato anche una bella foto che mi mette un po’ d’invidia. Ah! quella barba e qualla chioma! Tu mi capisci, vero?

Nonostante i bei capelli folti e la barba che gli dava un  certo tono, era uno schiavo e, per le tante percosse inflittegli dal suo padrone, era diventato perfino zoppo. Un giorno al suo paese è stato venduto e portato in schiavitù a Roma e lì è rimasto al servizio di Epafrodito, un liberto di Nerone, che lo trattava in modo disumano.

Sembrava segnato da un destino crudele: nato schiavo, come doveva morire ? Da schiavo. Punto e basta. Che colpa ne aveva?  Nessuna. Ma…

Solo che lui non era  stupido e così Eppitèto dal suo padrone ha imparato che, quando una persona è stata ferita da altri, tende a trasmettere le offese ricevute.

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Sì proprio lui, Epafrodita,  che aveva provato cosa vuol dire essere schiavo, quando gli riuscì di passare di categoria – ossia diventare liberto – avrebbe potuto essere sensibile alla sorte del suo servo. E invece no: con Eppitèto avveniva il contrario. Come mai?

E’ che l’ex schiavo, non avendo elaborato le sue ferite, tendeva a trasferirle ad altri.

Oggi questa legge è stata acquisita dalla psicologia moderna che non si stanca di descrivere tale comportamento malsano, affinché tale convinzione si radichi in me, in te, in tutti per non esserne vittime.

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Vedo che il mio discorso – come di consueto –  va per le lunghe. Allora facciamo una sosta e blocchiamo un concetto.

PROMEMORIA

  • Le ferite che non vengono elaborate ci condannano a far del male a noi stessi o agli altri.
  • Se non arrechiamo offese agli altri, lo facciamo verso noi stessi con autopunizioni, autosvalutazioni e talvolta addirittura con automutilazioni.

Leggendo gli autori moderni, appare sempre più evidente che certi disagi danno l’impressione di essere una sorta di auto-punizione che noi c’infliggiamo, come se attraverso di essi volessimo trasformare in auto-rifiuto e in odio verso noi stessi il rifiuto vissuto da bambini.

Non solo. Ma è come se andassimo inconsciamente a cercarci le situazioni nelle quali si ripropongono le ferite dell’infanzia. Così ci ritroviamo in età adulta ad avere capi, professori, colleghi collerici e indegni di stima, che ci feriscono alla stessa maniera “del padre, della madre, del fratello… che abbiamo recepiti come violenti ed autoritari”, e magari sono stati davvero brutalmente maneschi, verbalmente violenti, senza una vera ragione e dai quali non c’era scampo e bisognava subire. Il bello è che pur riuscendo a puntualizzare che forse essi stessi erano vittime di un disagio psichico, di un eccesivo consumo di alcol, di sofferenze e solitudini non elaborate…usiamo i ricordi per farci nuovamente del male.

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Mi sono accorto che  il colmo dei colmi non finisce qui. Infatti – sembra incredibile ma è così – non sono rari coloro ai quali capita un partener o una partner che ripetono le offese ricevute nell’infanzia dal padre o dalla madre.

Non so cosa ne pensi ma è quanto ci racconta la psicologia. L’approfondimento sarebbe utile ed interessante ma non so se avrò la costanza  di farlo.

Grazie per l’attenzione. Appena posso, ripasserò con le mie ultime.


…pausa

rosa rossaRICORDO IL GIORNO BENEDETTO IN CUI SEI NATA …

culla

Dio ti benedica con il dono dello Spirito che conosce le ferite dell’anima che io e la mamma, gli amici, le circostanze…possono averti provocato. Solo Lui sa esattamente dove mettere le mani.

Per noi, quando succede è più difficile rimediare. Ma qualcosa possiamo fare:  partecipare e condividere il quotidiano: un pane salato, una radice amara che ci rimanda all’Esodo, al Mar Rosso…Ma che sfocia nella Pasqua, il passaggio di Risurrezione.

Se vuoi, unisciti alla mia preghiera che è interiore ma esprimibile anche con  povere e sincere parole:

Dio buono e misericordioso,

  • Abbà-Papàbenedici i nostri figli che sono benedizione per la mamma, per me e per tutta la famiglia.

  • E benedici anche coloro che si prendono cura di loro e sono in qualche modo presenti nella loro vita.

  • Tieni le tue mani protettrici sulla sulla loro persona e fai sentire ovunque la Tua presenza  amorosa e perciò stesso terapeutica.

  • Pervadili del tuo Santo Spirito. Fa’ che il tuo Spirito santo e santificatore penetri in tutti gli abissi della loro anima.

  • Guariscine le ferite provocate dai ricordi…

  • Cancella le parole che non avrebbero mai voluto sentire…

  • Pronuncia le parole risananti che scaldano il cuore, che ridanno il coraggio di affrontare le situazioni, la fiducia in se stessa e negl’altri.

  • Ridona vita a ciò che si è pietrificato in loro.

  • Feconda ciò che è inaridito.

  • Portali a contatto con la Sorgente della benedizione perché zampilli fresca e invitante, come quando vi si accostavano ad attingere da bambini e non venga mai meno la voglia di vivere e di lottare, di crescere e di spendersi anche per gl’altri.

  • E rendili, così come sono,  una benedizione anche per le persone che incontrano ogni giorno.

  • Dona Ioro la certezza nel fatto che Tu benedici le strade che intraprendono e che progetti con loro percorsi praticabili.

  • Accompagnali lungo il viaggio e trasmetti la sensazione che  stai al loro fianco, mano nella mano, come un amico dal quale non ci si vorrebbe mai separare.

  • Te lo chidiamo nel nome di Maria che sulla croce ci hai donato per Madre ed alla quale, da Figlio, non puoi negare ciò che ti chiede. Amen.

                                                                        Papà.

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Cara Noël,

                   Sui banchi di scuola il mio prof. Celli, insegnante di lettere al ginnasio, mi ha fatto innamorare de “I PROMESSI SPOSI”. Ogni tanto vi ho fatto ritorno, specie nei momenti bui della nostra terrena esperienza per questo semplice motivo: «Il Manzoni ha stima dell’uomo; dell’uomo che sa confidare in Dio, che cammina per le vie della Provvidenza, che pratica e vive i valori genuini del Vangelo» (C. ANGELINI).

Adesso questo genio della letteratura sembra essere passato di modo. E’ un peccato e meriterebbe di essere ascoltato.

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Tornando al signor Epittèto, lui è dell’idea che una persona può recarci offesa soltanto se noi stessi ci feriamo e ci facciamo del male. Questa tesi che continua a ribadire è espressione della libertà interiore che appartiene alla natura umana. Per lui l’essere umano è interiormente libero. Se ci lasciamo ferire dagli altri è solo per colpa nostra.  Colpa nel senso di incapacità di opporre resistenza.

A pensarci bene, se così non fosse, le cose si metterebbero proprio male: più che donne e uomini dovremmo riconoscerci vegetali o animali, dove tutto è già determinato a priori.

Quanto prima ti porterò qualche citazione…

A presto. Papà

Cara Noël,

                            più d’una volta m’è capitato d’inguaiarmi oltre quanto già non lo fossi, proprio per via del mio apparato visivo – ora un po’ migliorato – tendente a vedere solo il bianco e il nero, senza dare spazio ai grigi che indubbiamente esistono anche nella vita.

Offese e ferite fanno parte di ogni essere umano. Talvolta ne ho ricevute ma ho ferito ed offeso a mia volta e certamente qualcuno potrebbe essere in sofferenza per causa mia.

Ti sarai accorta che in questo mondo vi sono molte cose che non possono cambiare ed avrai toccato con mano sofferenze che non si possono facilmente superare. Ma molto dipende da noi decidere se vogliamo acuirle facendoci ancora più male.

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Di quel mio caro amico Epittèto, vorrei riprendere il filo del discorso, giacché lui è rimasto famoso nella storia per essere riuscito a elaborare le sue ferite. Ebbe l’intuizione, subito attecchita sia in campo filosofico che teologico (Crisostomo) di come l’essere umano possa essere liberato di fronte alle ferite che altri le arrecano. Lui avrebbe constatato – non so se sarai d’accordo – che possiamo essere liberi solo a condizione che lo vogliamo.

Che tutto sia così semplice e scontato non ci giurerei. Il manzoni mette in bocca al fifone don Abbondio questa ormai celebre espressione: “Il coraggio uno se non  ce l’ha non se lo può dare”. Ma a questa apparente rassegnazione, raddrizza poi il tiro quando sostiene che i  disegni della Provvidenza non sempre possono apparire chiari all’uomo. Allora, soltanto la fiducia in Dio « raddolcisce » i guai che, « o per colpa o senza colpa », si incontrano nel cammino della vita: e questa è proprio la morale, «il sugo di tutta la storia », come scrive nel finale del romanzo.

A proposito, già che ci siamo, ti riporto un pensiero del mio amato Paolo VI che tu non hai conosciuto e di cui proprio domani ricorre il trentesimo anniversario della morte, avvenuta nella festa della Trasfigurazione e che perciò mi è caro ricordare:

Rileggiamo il Manzoni, di cui in questi giorni si commemora il centenario della morte. È genio universale, e vale ancora per tutti. È un tesoro inesauribile di sapienza morale. L’eco delle sue parole ci insegue con sempre nuova ed attuale umanità:

      • «La vita non è già destinata ad essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impegno, del quale ognuno renderà conto . . .
      • si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene; e così si finirebbe per star meglio . . .
      • I guai, vengano per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore . . .
      • Dio perdona tante cose per una opera di misericordia . . .
      • Ci sono poche cose che corrompano tanto un popolo, quanto l’abitudine dell’odio . . .», eccetera.

Non è il Manzoni soltanto quel grande letterato ed artista, che tutti più o meno conosciamo, e non è soltanto il pensatore sottile e critico che forse pochi conosciamo. Il Manzoni è un maestro di vita. Ci può consolare in questi ed in altri momenti”.

  epittèto amico mio

stelle-cadenti

Cara Noël,

Notte di San Lorenzo. Ho già fissato a lungo il cielo ed il miracolo delle “stelle cadenti”  s’è ancora una volta ripetuto…

Non avendo più sonno mi sono messo a leggere ed ho trovato una bella pagina della dott. Elisabeth Lukas. Ti partecipo qualche stralcio:

“La particolarità della logoterapia di Viktor Frankl è nella sua intensa ricerca di significato, che tocca proprio il senso del nostro tempo.

Noi tutti siamo dei cercatori. Cerchiamo di tutto, ma soprattutto cerchiamo le risposte ai problemi che ci sembrano insuperabili e che ci si presentano dappertutto.

Forse si è indebolita la nostra potenzialità della visione spirituale, forse è sbagliato il modo in cui vediamo le cose, forse abbiamo bisogno di nuovi “occhiali” per vedere le possibilità significative che ci circondano, che aspettano di essere raccolte e realizzate, per il bene nostro e degli altri.

In questa nuova rivista non si danno nuovi “occhiali” su misura, ma si offre una nuova direzione, un orientamento per formare la coscienza; si dà la possibilità di formare la vita e l’agire, per una formazione significativa spirituale e vitale che porti un pizzico di speranza per il nostro mondo.” (*Psicologa clinica e psicoterapeuta, Direttore dell’istituto di Logoterapia di Monaco )

E questo è di Viktor Frankl che Elisabeth cita e commenta  in un suo scritto: “L’essere umano è paragonabile ad un pilota che è “guidato” ciecamente in un aeroporto in una notte nebbiosa. Solo la rotta prestabilita porta il pilota a destinazione. Allo stesso modo ogni persona ha il suo tracciato unico, individuale, predesignato, in ciascuna situazione della vita, sul quale può raggiungere la propria possibilità più individuale.”

In questo testo non vi è alcun accenno di “predestinazione”, poiché il pilota non deve seguire in modo sottomesso il tracciato invisibile che lo porta in modo sicuro alla pista di atterraggio. Egli è libero di girare, di cambiare rotta, è perfino libero di spegnere i motori e di cadere giù, come farebbe un suicida.

Comunque, se desidera arrivare dove deve, dove la coscienza e la responsabilità lo portano, dove è più salutare per lui e per coloro che hanno riposto la loro fiducia in lui, allora egli deve aver fiducia, in piena libertà, in questa rotta prestabilita, poiché questo è il percorso più significativo per lui.

Allo stesso modo esiste un percorso più significativo per ciascuna persona, caratterizzato da obiettivi unici che essa e solo essa può e dovrebbe raggiungere. Ciascuno è in attesa di qualcosa in particolare che può e dovrebbe essere suo, esiste qualcosa per ciascuno di noi in questo mondo che non avremo mai intrapreso se non fossimo stati i benvenuti” (Elisabeth Lukas).

Sono concetti da lasciar sedimentare e riprendere in un secondo tempo. Cosa che mi riprometto di fare perché mi coinvolgono in prima persona.

                                                       Papà

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Per saperne di più: elisabeth lukas psico-logoterapeuta

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Cara Noël,

                               dai un’occhiata a questa favola vera che ha una bella morale. L’ho trovata per caso e mi ha fatto bene.

Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo una lettera. Ad un certo punto, le domandò: “Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me?”.

La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote: “E’ vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei la usassi tu, quando sarai cresciuto”.

Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunchè di speciale. “Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita!”.

“Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell’esistenza, sarai sempre una persona in pace con il mondo.

Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. “Dio”: ecco come chiamiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.

Seconda qualità: di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura e usare il temperino. E’ un’azione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perchè devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.

Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.

Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro di te.

Ecco la quinta qualità della matita: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza, impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione”.

Mi sovviene quanto diceva di sé Madre Teresa di Calcutta: “Sono una matita nella mano di Dio”.

La gioia è amore,

la conseguenza logica

  di un cuore ardente d’amore.

La gioia  è una necessità

e una forza fisica.

La nostra lampada arderà

 dei sacrifici fatti con amore

se siamo pieni di gioia.

Non importa quanto si dà ma quanto amore si mette nel dare.

Quello che facciamo  è soltanto una goccia nell’oceano. ma se non ci fosse quella goccia all’oceano mancherebbe.

Non possiamo parlare finché non ascoltiamo.  Quando avremo il cuore colmo, la bocca parlerà, la mente penserà.

Fate che chiunque venga a voi se ne vada sentendosi meglio e più felice. Tutti devono vedere la bontà del vostro viso, nei vostri occhi, nel vostro sorriso. La gioia traspare dagli occhi, si manifesta quando parliamo e camminiamo. Non puo’ essere racchiusa dentro di noi. Trabocca. La gioia è molto contagiosa.

Il vero amore deve sempre fare male. Deve essere doloroso amare qualcuno, doloroso lasciare qualcuno. … Solo allora si ama sinceramente.

Sappiamo che se vogliamo amare veramente, dobbiamo imparare a perdonare. Perdonate e chiedete di essere perdonati; scusate invece di accusare. La riconciliazione avviene per prima cosa in noi stessi, non con gli altri. Inizia da un cuore puro.

Oggi la gente è affamata d’amore, e l’amore è la sola risposta alla solitudine e alla grande povertà. In alcuni paesi non c’è fame di pane, la gente soffre invece di terribile solitudine, terribile disperazione, terribile odio, perché si sente indesiderata, derelitta e senza speranza. ha dimenticato come si fa a sorridere. ha dimenticato la bellezza del tocco umano. ha dimenticato cos’è l’amore degli uomini. Ha bisogno di qualcuno che la capisca e la rispetti.

Non cercate Gesu’ in terre lontane: Lui non è là. E’ vicino a voi. E’ con voi. Basta che teniate il lume acceso e Lo vedrete sempre. Continuate a riempire il lume con piccole gocce d’amore e vedrete quanto è dolce il Dio che amate.

L’amore non vive di parole né può essere spiegato a parole.

Spesso si vedono fili metallici piccoli o grandi, vecchi o nuovi, cavi elettrici economici o costosi che restano inutilizzati, perché se non vi passa la corrente non servono a far luce. I fili siamo voi ed io, la corrente è Dio. Noi possiamo decidere di lasciar passare la corrente attraverso di noi, di essere usati, o possiamo rifiutare di essere usati e permettere all’oscurità di diffondersi.

Abbiamo bisogno di trovare Dio, ma non possiamo di certo trovarLo nel rumore e nell’inquietudine. Dio è amico del silenzio. Osservate come la natura – gli alberi, i fiori, e l’erba – cresce in silenzio. Osservate le stelle, la luna e il sole, come si muovono in silenzio. Più riceviamo in silenziosa preghiera, più riusciamo a dare con le nostre azioni.

Sono una piccola matita nelle mani di Dio..

Ogni opera d’amore fatta con il cuore avvicina a Dio.

Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso.

Amiamo.. non nelle grandi ma nelle piccole cose fatte con grande amore. C’è tanto amore in tutti noi. Non dobbiamo temere di manifestarlo.

Ieri è trascorso. Domani deve ancora venire. Noi abbiamo solo l’oggi. Se aiutiamo i nostri figli ad essere ciò che dovrebbero essere oggi, avranno il coraggio necessario per affrontare la vita con maggior amore.

Le persone che sia amano in modo totale e sincero sono le più felici del mondo. Magari hanno poco, magari non hanno nulla, ma sono persone felici. Tutto dipende dal modo in cui ci amiamo.

LA MATITA DI DIO

Siamo noi le sue tante matite… Madre Teresa in Musical di P. Castellacci e M. Paulicelli

Quando l’alba si colora,

quando il cielo si innamora,

del suo mare calmo tutto blu.

Quando il sole fa le fusa

fra le nuvolette rosa,

sento che la vita è tutta qui.

Sento l’universo tutto quanto dentro me

e se guardo intorno tutto è grande più di me.

Quando stringo delle mani

o se abbraccio dei bambini

vedo cosa sono e cosa sei

Siamo sabbia fra le dita

che va via come la vita

che mi ha fatto vivere tra noi.

E se chiudo gli occhi tutto quanto vive in me,

piccolo granello che nell’aria vola via.

Ecco cos’è questa vita che non sa

cosa le succederà.

Forse non è solo un caso che sta qua,

solo un gioco o chi lo sa.

Quando morirò domani

conterò tutti i ricordi

di quell’universo che c’è in me

Mille voli di farfalle

da inseguire in mezzo ai prati

senza domandarsi mai perché,

ma per catturare cosa c’è dentro di te:

è soltanto amore e c’è Dio che pensa a me?

Ecco cos’è questa vita che ci dà

questa sua specialità.

Ecco perché quando non ci sarò più

questo amore sarai tu.

Questo amore sarai tu

per amare sempre più

per amare quella che è la vita che sarà.

Ecco cos’è…

Ecco perché….

Questo amore tu sarai…


Anche noi siamo piccole matite ma sufficienti per permettere a Dio di  scrivere un poema, una sinfonia. Dobbiamo solamente lasciarci usare.

A presto.      Papà

 

Cara Noël,

                             riprendo dal martellante ritornello di Epittèto: “Nessuno può far del male ad alcuno, ma ognuno si fa del male o del bene attraverso le proprie azioni”.

Dalle considerazioni precedenti, ora percepisci più chiaramente che il mio amico cammina speditamente verso la libertà interiore e la finale del suo “Trattato”, al punto 53, la sua convinzione si tramuta in preghiera e in testamento:

“«Conducimi, Zeus, e anche tu, Destino, alla meta che mi avete assegnata: poiché vi seguirò senza indugio;  o se anche, per viltà, non volessi, non di meno vi seguirò».

«Chi si è nobilmente conciliato con la necessità per noi è saggio e conosce le cose divine».

«Ebbene, Critone, se così piace agli dèi, così sia».

«Anito e Meleto possono uccidermi, certo, ma non possono farmi del male».

Adesso ricorda queste parole e ammira il quadro che riproduce la morte di Socrate di Jaques-Louis David, 1787, olio su tela, New York, Metropolitan Museum of Art:

Socrate - la morte

Ti sarai accorta che il mio amico Epittèto non è proprio uno sprovveduto. Egli ha imparato da Socrate ad interrogarsi e a non eludere le domande. Non come quel tizio di nome Alcibiade che quando lo scorgeva da lontano, se appena poteva, scantonava per evitarlo, cambiava strada per non farsi martellare dalle sue domande  e dagli interrogativi inquietanti.

Queste parole rimandano a quelle di Socrate, condannato a morte, in seguito alle false accuse di Anito e Melito, pronunciate quando la cicuta aveva già cominciato i suoi effetti paralizzanti  degli arti inferiori. Era talmente libero con sé stesso che lucidamente ha pregato il suo boia di fargli un piacere: “Ricordati di sacrificare un gallo a Esculapio“.

Trovo in queste espressioni socratiche una vaga eco di quelle immortali che pronuncerà Gesù sui crocifissori: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno“.

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(Testa di Socrate, scultura di epoca romana conservata al Museo del Louvre)

Ma torniamo al nostro filosofo. Lui sa distinguere molto bene la realtà. Le cose stanno in due maniere: alcune sono in nostro potere, altre no.

Prendi la libertà interiore: essa è una conquista. Consiste nel farsi un giusto concetto (dògmata) della realtà delle cose, spesso molto diversa dal nostro orientamento sia personale che sociale. Al punto 5 egli afferma:

5. Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sui fatti. Per esempio, la morte non è nulla di terribile (perché altrimenti sarebbe sembrata tale anche a Socrate): ma il giudizio che la vuole terribile, ecco, questo è terribile. Di conseguenza, quando subiamo un impedimento, siamo turbati o afflitti, non dobbiamo mai accusare nessun altro tranne noi stessi, ossia i nostri giudizi. Incolpare gli altri dei propri mali è tipico di chi non ha educazione filosofica; chi l’ha intrapresa incolpa sé stesso; chi l’ha completata non incolpa né gli altri né se stesso.”

Alcuni esempi:

  • la morte: non è la morte in sé che spaventa, bensì la percezione che noi abbiamo di essa;

  • il denaro: non è la perdita di una somma di denaro a farmi del male ma il concetto che mi sono fatto del denaro, l’idea che del denaro ho assolutamente bisogno, che senza di esso non posso più vivere;

  • se possiedo una giusta rappresentazione mentale, non soffrirò più di tanto per le cose, giacché fondamentalmente la mia causa prioritaria è Dio (Nota che Epittèto non era cristiano!)

Perché lo faceva? Socrate aveva imparato da sua madre, ostetrica, l’arte maieutica, ossia del partorire. Solo che lui non faceva nascere bambini ma aiutava le persone a far affiorare, emergere, venire a galla, la verità che giace nei labirinti profondi del nostro IO, a farla uscire dalle trappole dei condizionamenti, fino a prenderne coscienza.

Anche noi ci siamo posti su questo binario e ci facciamo aiutare dai maestri del pensiero e di vita.

In quel ritornello di cui continuiamo a parlare,  del nostro filosofo stoico Epittèto a sostegno della tesi che l’essere umano è costituito interiormente libero, ci sono dei vocaboli da recuperare.  Li evidenzierò a partire dal termine greco, che va colto nella sua densità di significato. Proviamoci.

proàiresis: significa preferenza, scelta, libera volontà, dogma. Per Epittèto significa precisamente “la capacità fondamentale che abilita la natura aumana all’agire morale. E’ la capacità di esaminare le percezioni dell’intelletto o dogmi; decide il nostro modo di agire nei confronti delle rappresentazioni fantastiche…rappresenta il nucleo della personalità morale”.

proàiresis può essere letto come il  ossia la coscienza che è il nucleo personale più intimo, la massima interiorità che tutto giudica. Se a guidarmi è il vero me, ossia la coscienza, questa “non brama nulla di ciò che non rientra nella sua potestà e perciò non teme nulla”. Il mio io diventa “una fortezza inaccessibile e inespugnabile, dove regnano la libertà, la ataraxia (tranquilità di spirito), la apàtheia (impassibilità), la eustàtheia (fermezza, calma) la éuroia (un flusso abbondante di felicità, tutti termini riassumibili in uno: beatitudine: “Attraverso la conquista del suo io, e mediante la conoscenza, l’essere umano diventa simile a Dio“.

Questo concetto verrà ripreso da Jung il quale sostiene che noi raggiungiamo il nostro “sé” solo quando ci apriamo all’immagine di Dio. Quando Egli inabita l’umano, la persona raggiunge il suo vero “sé”, io raggiungo il mio vero io quando egli mi inabita.

Che dire? Il clima che respiriamo tende a “velare” questi concetti quasi fossero un oltraggio alla ragione: è vero solo ciò che è dimostrabile scientificamente. Questo è un intoppo della cultura contemporanea che non si lascia scalfire. Fortunatamente non tutti gli psicologi sono allineati su queste posizioni di rifiuto preconcetto. C’è ancora chi crede a Jung e alla sua scuola di pensiero.

Per oggi può bastare, vero?

Grazie per la tua pazienza.

                                                                       Papà

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