FRAGILITA’ E CIVILTA’ – Vittorino Andreoli – (terza parte)

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L’uomo di vetro


la forza della fragilità

Rizzoli 2008

Fragilità e civiltà

Vittorino Andreoli

Vittorino AndreoliDi fronte a considerazioni che mostrano come anche la saggezza si spacchi di fronte alla morte, e come la ragione, pur seguendo i criteri della logica, impazzisca, ritorna la voglia di considerare la figura del potente, di colui che pensa di dominare nella società, di chi attraverso la proprietà di minuscoli territori e di un accumulo di carta stampata dalle banche centrali pensa di avere un ruolo e una posizione forte su questa terra.

Insomma colpisce ancora di più, dopo aver descritto l’angoscia di fronte al mistero e i tentativi goffi di gestire l’ignoto, come domini tra gli uomini il potere e la voglia di potere, la convinzione di possederlo, l’illusione di non essere toccati dal limite della fragilità umana.

Il potere continua a dilagare tra gli uomini e a produrre maggiore infelicità di quanta non sia legata indissolubilmente alla incomprensione del viaggio che l’uomo sta percorrendo tra pericoli e dolore.

Colpisce la tracotanza del potere, la stupidità di chi ignora cosa sia la vita, cosa l’uomo, e non riesce a essere richiamato da un’esigenza di reciproco sostegno, di comprensione generale, e invece segue la legge del nèmico e la guerra che provoca dolore.


Mette angoscia vedere come continui la farsa di un’organizzazione, la politica, che incarna il potere e che attribuisce agli uomini che la reggono un alone da dèi. Un apparato che mostra il potente circondato da guardie del corpo con lo sguardo attento solamente a individuare nemici. Chiuso in auto blindate a prova di missili, con scorte che si annunciano a sirene spiegate. Un potere che viene ostentato e che al tempo stesso mostra di avere paura della gente, della stessa gente che lo ha legittimato. Volti tracotanti, consapevoli di poter fare leggi e cancellare quelle che non piacciono o non permettono di arricchire. Effigie di chi può tutto, perché il potere è fare ciò che si vuole per il solo fatto di poterlo fare.


Guardato a vista e difeso dall’esercito schierato, dai servizi segreti, il potente finge di gestire la cosa pubblica, di distribuire i beni della comunità a tutti in modo da garantire il massimo livello di felicità su questa terra. Ed è incapace di capire l’uomo nella sua avventura e di percepire il senso della paura, della fragilità umana e del dolore. Un’insensibilità che lo rende inadatto a occuparsi dell’altro, di ciò che è pubblico, poiché mostra soltanto di avere una dimensione distorta di sé e una percezione del mondo che non ha nulla a che fare con quella a cui si lega la condizione umana. È sorprendente osservare la farsa del potere ~ del danno prodotto da un’istituzione che amministra non il bene del popolo, ma l’interesse di un manipolo di insipienti e di superficiali che si arroga ruoli da padreterno. Si rimane sconsolati vedendo come domini il potere e non la saggezza, che almeno ha consapevolezza della fragilità di ciascuno e dell’intero genere umano, della fragilità della condizione umana.


E invece di meditare su come aiutare la fragilità per renderla dal volto umano e non violento, si impone nel mondo la voglia di potere, piccolo o grande, che si diffonde come una epidemia, per cui ognuno ha una carica e dunque la possibilità di dare privilegi e di ricevere onori. Un sistema per cui lo stupido al potere si attornierà di stupidi almeno quanto lui e così un’intera gestione della cosa pubblica diventa inutile se non addirittura pericolosa.


Conosco il sistema sanitario abbastanza bene per poter dire con certezza che la promozione a primario di un incapace, da parte di un piccolo clan di potere, paralizza un’unità operativa e si riversa negativamente su migliaia di pazienti che faranno ricorso a quel sistema.


E le cariche di potere sono eterne e ammettono soltanto di salire a gradini gerarchici superiori. Il potere si incrementa ma non lo si perde mai, e ciò è quanto mai logico se si pensa che lo si ottiene sempre dentro una rete di connivenze e di affari scorretti, per cui tutti sono ricattabili e se uno decade ha l’arma per svergognare le persone che lo hanno spodestato.


Quando accade una detronizzazione, avviene di comune accordo tra il punito e i suoi giustizieri che insieme stabiliscono gli aggiustamenti per gli imprevisti di percorso. Tutto ciò non genera però alcuna vergogna, semplicemente fa parte del potere dispotico di cui sono piene le democrazie: modalità differenti e un po’ barocche per raggiungere la tirannide o le oligarchie.


Nell’àmbito delle università si possono chiamare in carica figli o nipoti idioti e così il potente mostra di avere una forza enorme, proprio perché, come Caligola, elegge al Senato il proprio cavallo.


Tutto senza il pudore di un qualche nascondimento, anzi alla luce del sole, proprio perché questo significa potere: poter fare quello che si vuole.
E così l’uomo, invece di mostrare la propria fragilità, esprime arroganza e inimicizia, si circonda di odio e di voglia di vendetta. Trasforma nel peggiore dei modi un sentimento di insufficienza e di limite, fino al delirio di onnipotenza per cui egli non ha bisogno di nessuno, mentre tutti dipendono da lui, a partire da quelli che lo hanno eletto al potere, raggiunto con la maschera della democrazia.


Il potere è la più grave delle malattie del vivere sociale, poiché si struttura su una condizione di fragilità comune che dovrebbe portare a una strategia di aiuto reciproco: un sistema vantaggioso per tutti. Scrive Lev Tolstoj: «Come una candela ne accende un’altra e si trovano accese migliaia di candele, così un cuore ne accende un altro e si accendono migliaia di cuori».

La notte di Pasqua mi reco sempre a Notre Dame per assistere alla cerimonia del fuoco.


Inizia al buio, alle 9 di sera. La cattedrale è colma di gente che si percepisce nell’ombra. Si avverte di essere circondati da persone che non si conoscono, ma che sono animate da un desiderio comune: vincere le tenebre e riportare la luce nel mondo. E mai l’oscurità è stata tanto intensa e misteriosa come in quella notte in cui un Dio si trovava nel sepolcro, in un sepolcro fatto per l’uomo poiché solo all’uomo è riservato il mistero della morte.


Nel tempio domina un silenzio attonito, fatto di paura, sostenuto non dall’impossibilità di parlare, ma dal non poter proferire nulla che abbia un senso, avvolti nel buio e con il Signore che ora giace cadavere, ucciso dagli stessi che hanno bisogno di lui.


Ognuno tiene in mano una candela, spenta, come se anche la candela fatta per dare una luce tremula, si fosse ischeletrita.


Il tempo passa e la speranza sembra non avere più vigore. Tutto è morto e nemmeno la morte vive più poiché non c’è vita attorno. I pensieri transitano nella testa e forse da una testa all’altra: idee di fine, anzi di una fine che è già accaduta perché quel silenzio sa di morte e il respiro, che esce a fatica, di agonia.


Ma ecco d’un tratto la chiesa si accende e un fuoco sembra fame un rogo, un rogo di liberazione. E da quel focolare nella navata centrale si attivano altri focolari agli angoli del tempio e si accende anche una candela e a poco a poco un’altra e poi un’altra ancora.
Mentre le fiamme si alzano alte, ognuno guarda la propria fiammella, attento a che non si spenga, per animare la speranza appena rinata. E in quella luce strana si percepiscono i volti di quei cadaveri attorno che ora sorridono, spostano lo sguardo da un uomo all’altro come si accorgessero di essere insieme, di farsi comunità; e il luogo si riscalda e a mezzanotte il sacerdote urla con gioia che il Signore è risorto e che le tenebre sono state vinte per sempre.


Incomincia l’èra della luce, la fine del potere, del potere dell’uomo sull’uomo, della violenza dell’uomo potente persino sul Signore.
Tante piccole candele, tante paure, tanti tremori che nell’insieme consolano e danno una sensazione di bellezza. La fragilità della luce tremula della notte, un singhiozzare di desideri, di volontà, e una piccola candela sa di vita e può persino riscaldare.
Rinasce Dio, ma soprattutto l’uomo e, dopo un periodo di morte, ricomincia la vita con criteri e auspici nuovi.


Il popolo ora è in preghiera, ha ritrovato la voce, la forza della fragilità e insieme, l’uno accanto all’altro, sen te di farcela.


Non c’era nessun potente in chiesa a Notre Dame quella sera. Il potente non crede di dover risorgere poiché pensa di essere tetragono, come la Tour Eiffel fatta di ferro e non di carne, senza anima, fredda come una rotaia.
In quella notte di resurrezione. ho sognato la fine di tutti i potenti.
La forza della fragilità riunita in un tempio, la stoltezza del potere affidato alle armi.


Siamo abituati alle grandi potenze, nelle cui mani sono posti i destini della terra.


C’è stato un tempo in cui erano due e si contrapponevano armandosi sempre di più e rincorrendo l’arma più distruttiva. I due padroni portavano con sé una valigetta che potevano aprire e, premendo un bottone, lanciare missili di distruzione contro l’altro, contro la potenza antagonista.
La caduta di una delle due potenze ha di fatto eletto un solo dio che estende il suo volere su tutto il mondo.


Si è creduto che l’èra della guerra fosse finita.


Il mondo aveva trovato il dio della terra e non ne aveva più uno del cielo; semmai si attendeva che il dio di carne estendesse la potenza dalla terra al cielo, e non più come la tradizione e i libri sacri avevano profetizzato: che un dio sarebbe sceso dal potentato dell’universo sulla terra per dare la propria legge e condannare quanti non l’avessero seguita.


Il signore della terra era imbattibile.

Accadde di venerdì. Era freddo a New York, il re stava giocando con il proprio cocker. Il computer gli dava il buon giorno, la situazione era di perfetto ordine, il comando era saldo, nessun rischio.


L’ultimo rilievo di opinione affermava un gradimento di dimensione crescente per il capo. Tutti amavano il signore della terra, non vedevano altro che lui. Ed era basso, grasso, lo sguardo ebete, il fare da imbecille, ma con il fascino del potere. Possedeva un aereo superprotetto, una flotta addestrata a colpire anche una mosca che si fosse alzata in volo vicino al presidente.


La perfezione del potere, la perennità del potere.


Il signore non pensava alla morte, poiché era preso soltanto dalla morte che egli poteva provocare.


Un potere eterno: per sempre anche se non da sempre. Si era presentato davanti al Palazzo un giovane magro e con la pelle scura, con un abito sacerdotale.


Guardava da lontano la reggia del signore con la stessa meraviglia con cui immaginava quella di Allah.


Le guardie gli diedero qualche chewing gum per mostrare la magnanimità del capo.


Sembrava in estasi.


D’un tratto quell’uomo e il suo turbante si trasformarono in una carica esplosiva che fece saltare la reggia.


Poco più che bambino, aveva attentato la città del re della terra. Uno che non aveva nulla e che non conosceva il potere, anzi sapeva che sulla terra si è preda della povertà e della malvagità. Era però sicuro che morendo per A11ah avrebbe raggiunto il paradiso degli eroi e qui avrebbe trovato cibo a sazietà.


I servizi segreti non potevano sapere, i sistemi radar non potevano vedere, gli aerei spia non potevano rilevare.


Il re dei re si era salvato, ma era fortemente provato.


Chiamava disperato, nel lontano Sud, la propria madre che andava a cavallo. Il padre stava scavando un pozzo di petrolio. Circondato da un esercito armato, chiedeva un ciuccio e, poiché faceva freddo, gli misero una camicia di forza e fu portato al Saint Elizabeth, al manicomio di Washington, dove si istituì il nuovo quartiere generale della sicurezza: il vecchio sistema aveva mostrato tutta la sua fragilità.

Bastano cento persone con la voglia di morire come kamikaze, e dunque imbottendosi di esplosivo, per rendere ridicolo il sistema della certezza e della certezza del potere di questa terra, dei potentati di questo mondo. Cento eroi tra un miliardo di musulmani che credono in un Dio che promette di fare giustizia proprio con il loro sacrificio.
Poche persone attaccate al cielo, dal momento che hanno poco su cui ancorarsi in questa terra.


Ma non serve nemmeno un popolo tanto vasto e con una storia millenaria che merita rispetto e considerazione, è sufficiente una setta di un centinaio di fanatici che pensi di avere una missione sulla terra, incarnata dal loro capo, uno sconosciuto e forse un esaltato.
Convinti di dover richiamare il mondo al suo vero volto e al senso dello stare sulla terra, e con la certezza che si sta avvicinando l’apocalisse e che arriverà mentre gli uomini saranno presi ad accumulare ricchezze inutili per la morte, provocano una strage che non è nulla in confronto alla fine di sei miliardi di persone che calpestano il nostro pianeta.
Prendono del gas nervino, capace di colpire a morte chi solo ne respira una boccata, e lo buttano nella metropolitana. In pochi minuti crepano cinquemila persone e molte di più rimangono intossicate con lesioni permanenti agli organi vitali.


Sono dimostrazioni del potere degli impotenti.

L’11 settembre partono tre aerei da Londra diretti a New York. Regolari voli di linea pieni di gente come sempre.


Giunti nel cielo sopra la Grande Mela, le cabine di pilotaggio vengono occupate da uomini che dichiarano di ‘essere imbottiti di tritolo e che sono pronti a far saltare l’aereo premendo un pulsante che tengono in mano. Per evitarlo impongono ai comandanti di dirigersi rispettivamente verso le Torri Gemelle e verso il Pentagono e di colpirli.


L’impatto è enorme e due grattacieli tra i più alti della città vengono rasi al suolo e il luogo simbolo della forza americana violato.
Questa è storia, fatta non dalla nazione più potente del mondo, ma dai Nessuno che con un po’ di tritolo in tasca mostrano come i potenti siano semplicemente dei giganti d’argilla, dei fantocci di cartapesta: gente che invece di interpretare l’uomo nella sua condizione, costruisce castelli e sperpera ricchezza che potrebbe aiutare a vivere chi invece muore.
Appare ora chiaro a tutti che una civiltà può morire di povertà, ma anche di ricchezza e che muore sempre di stupidità, il cui volto più espressivo è dato dalla voglia del potere, dall’attrazione di questa condizione che genera miseria e seleziona l’ignoranza di chi si sente forte invece che fragile, di chi vuole stare sopra tutti e non invece assieme a tutti, condividendo sorte umana e storia possibile.
La cultura del nemico e la logica del potere impediscono di distribuire a tutti le scoperte realizzate e di dividere i tesori nascosti di questa terra fortunatamente reperiti.


E così non si attiverà mai la cultura della solidarietà e del bene comune, quel principio per cui si desidera dare all’altro ciò che è a propria disposizione.


E questo spiega il perché ci siano intere popolazioni che muoiono per malattie che il resto dell’umanità ha dimenticato. Ciò dà ragione del fatto che ci sono Paesi del mondo in cui si soffre per una sovralimentazione e Paesi in cui si muore di fame. E da un calcolo certo semplificato appare che basterebbe allargare la distribuzione delle risorse alimentari per evitare i due eccessi, entrambi parte di una patologia del corpo e della mente.


L’esclusione dal cibo e dai farmaci di alcune popolazioni è causata dalla loro mancanza di moneta pregiata. Occorre aspettare che crescano economicamente. Intanto si vendono loro armi, poiché dappertutto si è diffusa la malattia del potere, e buttano ogni risorsa, persino le vite umane, per fare e vincere le guerre, le guerre della miseria.

Un certo giorno è morto un pollo in Cina, un pollo infettato da una malattia che passa all’uomo se si nutre di quella carne. E poiché viene esportata dappertutto, assieme ai polli si vende anche la malattia aviaria che farà strage di uomini.


In un attimo il sistema sanitario si mostra non solo fragile, ma persino paralizzato, nonostante le centinaia di organizzazioni che vi si dedicano e credono di controllarlo.


In un altro strano giorno, questa volta in un ospedale di provincia, un giovane medico, esaminando il corpo di un uomo proveniente dalla Mauritania si trova davanti a manifestazioni che non aveva mai visto prima. È sifilide con tanto di ingrossamenti nodosi e purulenti, in piena fase endemica.


La libera circolazione degli uomini, oltre che dei polli, ha riportato in giro la sifilide che aveva imperversato fino alla scoperta della penicillina nei Paesi del ricco Occidente. E così oggi viviamo nello stesso rischio di contaminazione che si correva allora frequentando la prostituzione.
Dall’Africa è arrivata un’altra malattia ancora più grave, poiché non si conoscono i rimedi: l’Aids.


E così il grande anello protettivo sanitario è infranto e la differenza tra popolazioni ricche e povere si è azzerata. E si sta comprendendo, tardi, che le malattie epidemiche devono essere curate in tutto il mondo e che gli strumenti per farlo devono essere assicurati a tutti, indipendentemente dalle economie e dalla possibilità di acquistarli dalle potenti case farmaceutiche dell’Occidente.


Non è nemmeno possibile osannare i nostri super ospedali come indice del grado di civiltà, poiché ormai è noto che il tasso di errore nella cura ospedaliera è altissimo, sia per causa umana, sia per errore di organizzazione e quindi di coordinamento di fasi di cura che sono dipendenti da strumenti e da équipe differenziate. E si è sparso il terrore del ricovero poiché enorme è il rischio di contrarre malattie infettive che diventano incurabili dal momento che gli agenti che le causano sono resistenti ai farmaci: i virus o i batteri in questo ambiente, a contatto con tali sostanze, ne diventano insensibili. Dunque, si entra in ospedale per curarsi da una malattia e si guarisce, ma si muore qualche giorno dopo per una tubercolosi o per una difterite o per una polmonite che non rispondono ai farmaci, esattamente come avveniva prima della scoperta degli antibiotici, esattamente come accade in quelle popolazioni in cui non sono arrivati, poiché le loro economie non sopportano la spesa imposta dai gruppi privati che li hanno immessi nel mercato.


Viviamo una sanità in cui si può fare un trapianto non solo di cuore, ormai banale, ma di geni e dunque di Dna responsabili di malattie ereditarie e nel contempo, nello stesso luogo, si può morire di nulla.
Non è possibile, tra le amarezze di tali considerazioni, non pensare a un redde rationem non tanto regolato dagli dèi, quanto dalla stupidità del potere che si riduce alla stupidità di una società basata solo sul denaro.
Il tempo presente e le sue conquiste sono radicati nell’energia che attiva i motori. Senza, l’uomo non potrebbe più vivere. Il motore è una protesi importante per la muscolatura, per la sua forza e per la velocità che sa sviluppare negli arti. Con la muscolatura ormai in atrofia l’uomo non riesce che a fare pochi passi, e per non perdere del tutto questa funzione deve dedicare parte del suo tempo a camminare inutilmente, un movimento che in passato era parte della vita e dei bisogni per sopravvivere.


Non si potrebbe più vivere senza l’industria del freddo, senza c1imatizzare le città calde del sud del mondo, senza riscaldare le città del nord. L’uomo non resisterebbe al buio, senza una lampadina che rischiari una pagina da leggere o che alimenti un computer su cui digitare un nuovo mondo, che dipende anch’esso dall’energia.
Conquiste legate alle fonti di energia, tanto importanti da cambiare la società. Basterebbe pensare agli aerei che hanno rimpicciolito il mondo, che ora rientra tutto nello spazio che un aereo copre in una giornata.
Ma l’energia è fragile, troppo fragile per essere responsabile di tanto potere e di tanta innovazione.


Qualche anno fa, di notte, l’Italia rimase al buio totale, con gli apparecchi di riscaldamento fermi, con gli ascensori bloccati. Gli allarmi non potevano essere attivati, la gente non poteva circolare nelle strade, terrorizzata dalla mancanza di un elemento che non pensava potesse venire meno.


I telefoni non funzionavano ed era stata sconvolta la prassi su cui si fondano le nostre sicurezze. Non c’era più energia elettrica.
Il sistema di rifornimento proviene in parte dalla Svizzera che la vende al nostro Paese: un albero era caduto sopra i fili ad alta tensione che si sono rotti, e così la forza d’una nazione si è persa: era tutta là sul filo e sul palo che lo sosteneva.


Il grande potere della tecnologia e del progresso sono talmente fragili da dipendere da un albero che il vento aveva sradicato, forse perché troppo vecchio e desideroso di morire, giacché anche le piante crepano e hanno un destino regolato dalla morte.


Senza corrente elettrica non funzionano le televisioni, non vanno i semafori e le città sono in preda a un delirio che sembra votato all’apocalisse. Basta togliere l’elettricità per provocare la fine dell’Occidente, del mondo avanzato. Non vanno i treni, non funziona la metropolitana. Si ferma la vita.


Gli ospedali hanno un’autonomia di poche ore, poi si fermano l’erogazione dell’ossigeno, i respiratori delle camere di rianimazione, dove la vita è sostenuta da macchine che funzionano con l’energia elettrica.
Tutto si ferma: basta un albero stanco che si prende la libertà di coricarsi e di morire.


Per fortuna c’è il petrolio, l’oro nero. Un liquido che ha cambiato la storia di interi Paesi, poiché è cambiata la loro economia. È bastato trovarlo nel deserto ed estrarlo per dare un colore di ricchezza a popolazioni che vivevano a dorso di cammello con tradizioni che non erano mutate nel corso di millenni. Popolazioni che d’un tratto, vendendo petrolio, potevano riempirsi di armi e dunque giocare a fare i potenti o con la voglia di vendicare frustrazioni storiche, e così si è sparato anche là dove dominava il silenzio rotto solo dal vento.
I Paesi ricchi e potenti, ma poveri di questa materia prima, sono diventati dipendenti da popolazioni «primitive», senza nemmeno una storia di conquiste. E allora è stato necessario combatterle e rubare la loro dotazione di petrolio, i loro pozzi neri.


La vita delle società progredite rimane attaccata al petrolio e al suo prezzo che aumenta senza limite, contribuendo a fare del progresso uno dei capricci più grandi e una delle possibilità più fragili per prevederne la continuità.


Si dovrà necessariamente limitarne l’uso a pochi e quindi il progresso distinguerà nettamente i ricchi da chi invece la ricchezza non possiede, e per questo non potrà avere il beneficio di una tecnologia senza la quale non si riesce più a vivere, anche se per tanti anni si è vissuto senza.
Ci fu un giorno del 1974 in cui in Italia il petrolio sparì dal mercato e riapparve raddoppiato nel prezzo. Un giorno fissato nella mia memoria.
Tutti correvano a cercare di accaparrarselo, usando amicizie e cercando alleanze che non avevano alcuna coerenza, fondate solo sulla strategia della sopravvivenza perché era chiaro che senza petrolio, si sarebbe assistito impotenti a una catastrofe. L’atmosfera era quella della guerra e del mercato nero dello zucchero e della farina per sopravvivere. Anche se il riferimento non era a prodotti necessari, ma a un inutile diventato indispensabile. Un inutile a cui non si può rinunciare. Non si può saltare il rito della doccia più volte al giorno. Si ha la sensazione di non potersi presentare in pubblico, di essere sudicio come un beduino che vede l’acqua una volta all’anno quando giunge in un’oasi.


Il limite dell’energia diventa il limite della civiltà, della civiltà che sembra del benessere e che in certi momenti appare essere la civiltà dello spreco.
Ecco la fragilità del progresso, ecco la debolezza della tecnologia.
In quel pomeriggio lunghissimo, a un certo punto sembrava si potesse partire, ma risultò che non era stato dato lo scontrino di un bagaglio e dunque si era caricata una valigia non identificabile. Un errore manuale che poteva avere conseguenze disastrose poiché, senza identificazione, un bagaglio entra ipoteticamente in una strategia terroristica, all’origine forse di quell’inspiegabile interruzione dei computer, e quindi non si partì e si dovette lottare per riavere i bagagli.


Ecco la fragilità dei sistemi avanzati, e della vita digitale.

All’aeroporto di Copenhagen d’un tratto sparì la corrente elettrica e si cadde nel buio più profondo. I sistemi di computerizzazione erano saltati e tutti i cervelli elettronici erano andati in rianimazione, erano a tracciato piatto.


Il mio aereo per Milano era comunque arrivato e poteva ripartire, ma non fu possibile sostuire il sistema elettronico con una gestione manuale delle prenotazione e dei biglietti. Nessuno sapeva combinare un nome e un cognome con un volo e attribuire allo stesso volo il bagaglio che quel passeggero doveva depositare al check in.


Analogamente nessuno sa più fare una moltiplicazione o calcolare la percentuale di un valore di partenza. Anche se tenta e arriva a un risultato, è preso dal panico dell’errore, e l’unica maniera per sapere di non esservi incorso è l’operazione meccanica o meglio elettronica.

Un’altra aporia che mette a rischio la civiltà è data dai rifiuti.
Ogni uomo civile produce ormai una tale quantità di immondezze per cui la loro eliminazione è diventata economicamente proibitiva. Si giunge a rifiuti che hanno un valore di smaltimento superiore al costo dell’oggetto o del prodotto che li ha generati.


E la loro eliminazione è pericolosa alla salute, per cui nessuno vuole le discariche in aree urbane e nessuno vuole lavorarvi.


E così si assiste a città coperte di rifiuti prodotti dall’uomo e a scioperi aggressivi per impedire di attivare luoghi per il loro smaltimento. In alcuni casi si decide di caricarli su treni speciali e di portarli in Paesi sottosviluppati disposti ad aggiungere rifiuti ai propri rifiuti lasciati a cielo aperto e quindi fortemente inquinanti e dannosi per la salute.
La civiltà dei rifiuti, la civiltà delle discariche: definizioni che sembrano sadici giochi di parole e che invece corrispondono a un limite del progresso o di ciò che si vuole continuamente chiamare progresso, mentre è il risultato di una strategia la cui regola è quella del profitto.


La storia dell’automobile è significativa. Si è trattato di una grande innovazione, di un nuovo giocattolo che ha permesso all’uomo di fare rinunce enormi di ogni genere, pur di potervi salire e tenere in mano il volante, mostrandosi motorizzato e con un corpo allargato fino alla carrozzeria.


Il risultato di questa associazione sollecitata da una pubblicità efficace, gestita dai grandi gruppi produttivi, è che il mondo si è trovato invaso da automobili con il problema di dove parcheggiarle e di come farle circolare in strada.


Le aziende private hanno cercato di sfruttare questi nuovi bisogni, facendone occasioni di guadagno ulteriore. Sono nati così i garage, poi la nuova rete stradale e le autostrade.


Ma serviva soprattutto petrolio e occorreva convincere la gente che, nonostante il costo e le previsioni di incrementi, non era possibile rinunciare all’auto, pena non sentirsi più uomini, ma una pura espressione sociale della emarginazione.


E così si sono accettati costi folli, senza una protesta. La si esprime semmai per il rincaro del latte e mai per quello della benzina, poiché nessuno vuole mettere in discussione il diritto sacrosanto dell’uomo ad avere quattro ruote invece che due gambe e poter godere di un luogo privato che può diventare ora sala di musica, ora alcova, ora una sede di rappresentanza dove si ha un’identità senza dover mostrare alcun biglietto da visita.


L’auto però inquina e i suoi gas di scarico hanno reso irrespirabile l’aria delle città. Occorre disinquinare, ma spetta allo Stato applicare questa misura di sanità pubblica.


E intanto l’industria automobilistica si espande ed è bene che accada poiché si tratta di un settore trainante della nostra economia, tanto da godere di incentivi per l’acquisto di nuove macchine. Contemporaneamente occorre fermarle almeno in certi giorni oppure farle circolare a targhe alterne.


E così si muore di automobile. E c’è chi la possiede e non la usa, perché per fare cento chilometri di autostrada rischia di consumare la mattinata o rimanere nel traffico per tutta la giornata pur pagando sempre di più il pedaggio autostradale: le società di gestione ormai stanno studiando, oltre al prezzo per chilometro, un costo aggiuntivo per il tempo reale di occupazione della corsia, così guadagneranno anche sugli incidenti mortali che rallentano o bloccano il traffico. E tutto appare nella norma, in sintonia con il progresso e con la società del benessere.


Una menzione particolare deve avere il rumore della società dei consumi e della ricchezza. È fin troppo banale affermare che il motore fa rumore, che le auto oltre a emettere gas inquinanti producono rumore: un testimone della loro funzionalità e potenza.


Ci sono poi i mezzi di comunicazione: radio, televisioni, telefoni fissi e mobili. Tutto è rumore e se si pensa che questi strumenti sono diffusissimi, a basso prezzo, si capisce come si possano raggiungere effetti di sommazione e persino di sincronismo che giungono a ridurre il mondo a un rumore.


Un insieme folle che urla senza un perché e senza che nessuno colga cosa si voglia dire e se c’è qualcosa da comunicare.


Vale la pena di sottolineare un aspetto speciale, dato dall’adattamento che ormai la popolazione ha raggiunto, tanto che nessuno se ne lamenta e non sente mai il desiderio di chiedere di abbassare una fonte di rumore per rispettare un vicino, o di abbassare la suoneria di un telefonino per non far sussultare chi invece sta assopendosi, narcotizzato dagli inquinanti ambientali e rimbecillito dai decibel sparati nei canali auricolari.


È considerato strano semmai proprio colui che cerca un luogo silenzioso per appartarsi. Controcorrente, perché tutti se vanno tra ulivi e faggi in automobile, accendono subito l’autoradio e contemporaneamente il televisore portatile e l’i-pod con le musiche amate.


Se uno si apparta, se cerca di tirarsi fuori dal rimbombo stradale, viene segnalato come disadattato, come personalità asociale e rischia il manicomio.


Il rumore stradale è un sottofondo, una sorta di accompagnamento subliminale, una presenza che rassicura.


I rumori variabili si eliminano accendendo uno dei propri strumenti di rumore che, essendo gradito, ha solo un effetto piacevole. Se il tuo vicino è un asociale e non ama il tuo rumore, accende il proprio e cancella il tuo.


Questo sistema di adattamento è straordinario e ha portato la specie umana a essere insensibile ai rumori, a non avvertirli più, tanto che nessuno si rende più conto dell’inquinamento acustico, poiché è dotato della possibilità di imporre il proprio rumore preferito. Si alza il volume del proprio televisore rispetto a quello del vicino di casa e, raggiunta una certa potenza, il vicino scompare: è come fosse morto o si comportasse silenziosamente, simile a un benedettino in meditazione. Alla fine rimane solo il rumore proprio che ha l’effetto di una cantata per organo il giorno di Ognissanti.


Il vero disgraziato è colui che non fa rumore e quindi lo può solo subire, e in questo caso li subisce tutti e non ne sovrasta alcuno, mancando di una fonte adeguata di produzione propria. Impazzisce, come del resto accade sempre per chi non si adatta al cambiamento sociale e dunque viene, per la legge di Darwin, eliminato. L’errore è nel voler trovare un luogo silenzioso invece che dotarsi di uno strumento in grado di produrre un rumore forte e piacevole, e non è necessario amare la musica polifonica o quella jazz, basta una qualunque cosa che permetta di cancellare il rumore dell’altro e sintonizzarsi sul proprio.


Purtroppo io non sono un adattato e vivo malissimo. In campagna constato che non c’è più silenzio poiché tutti usano un tagliaerba che fa un rumore infernale e amano usarlo anche quando il prato ha l’estensione di qualche metro quadrato. Si sente sempre un trattore capace di dare all’agricoltore che lo monta una sensazione meravigliosa, e lo usa solo per mostrarsi e per rallegrare la vita, almeno la propria.


Se poi vado su una isoletta scopro che non ci sono auto ma almeno sette bulldozer su cui giocano i bambini ricchi, mentre il padrone ama un enorme videogiochi che si erge sul cielo dell’isola con un teleschermo gigante.


Nei monasteri ormai si suona musica sacra con le batterie e i tamburi e si canta alla maniera degli spirituals con donne che hanno una capienza polmonare mostruosa.


Se si ha la fortuna di abitare una casa isolata, ci si accorge che sono nate attorno tante baracche in cui si invitano amici per urlare insieme.
Io stesso mi sono convinto che per sopravvivere ormai devo dotarmi di tecnologie del rumore capaci di ammazzare tutti i miei concorrenti.
Nei grandi alberghi non si trova più posto nelle stanze al piano terreno o su una strada di grande traffico: sono le più richieste e le più care perché vi giungono rumori variati, melodici, con combinazioni improvvisate che sanno di grande composizione.


Per risolvere il problema dell’inquinamento senza toccare il progresso e la costruzione di auto, si è deciso di partire dalla educazione nelle scuole.


Qualche tempo fa mi trovavo sul lago di Garda, noto per il colore meraviglioso dell’acqua e per i tramonti mozzafiato che rendono romantico anche un ippopotamo o un mastino napoletano.


In un porticciolo colmo di barche a motore sento un bimbo di cinque-sei anni richiamare la madre con un «Senti che buon profumo di petrolio».
Ecco la via verso la soluzione del problema, l’unica possibile del resto: convincere che l’inquinamento ha a che fare con un gradino superiore dell’evoluzione e che è da porre tra i vantaggi della civiltà.


E così la tecnologia diventa Natura. Del resto è difficile dire cosa sia la Natura, e proprio su questa ambiguità si reggono i naturisti che hanno raggiunto in politica una posizione di vero potere. In nome della Natura si può fare di tutto: una guerra per difendere un albero che bisogna tagliare per costruire un ponte, raccogliere fondi per salvare la foca monaca, aprire un centro clinico per curare gli uccelli feriti.
Ma poi è parte della Natura un tifone, un maremoto, un terremoto, un ciclone? Con questi dubbi, Natura è tutto ciò che uno decide sia, e certo anche le tecnologie, i profumi da inquinamento che per alcuni sono migliori degli innaturali Chanel.


Insomma, la Natura è variabile, e non un hortus conclusus in cui tutto è fissato da sempre e per sempre. E, dunque, anche i rumori sono Natura, anche la puzza di petrolio.


La fragilità delle certezze si ritrova già nella relazione con un dio, con il proprio dio, e pertanto con i processi di conoscenza che hanno bisogno di una prova, di un incontro.


Non si tratta di affermare o di negare un essere così strano da porsi come l’antitesi dell’uomo, ma di poter sostenere che, una volta pensato, è anche possibile fame esperienza e dunque incontrarlo in qualche maniera, che non è facile ipotizzare poiché si tratta di stare con uno che non ha corpo, che non occupa spazio e che al con tempo è dappertutto.
Il credere ha poco a che fare con la ragione, non cade sotto i suoi domini. L’uomo di fede crede perché crede e solo perché crede fermamente di credere acquisisce una serie di convinzioni che modificano il suo agire attribuendo alle azioni significati che alla luce della ragione sarebbero solo follie.


Egli crede e non crede secondo un’alternanza che è strana e non spiegabile, come del resto non è spiegabile il credere. Basta un attimo e anche il dio che c’era non c’è più. E non si tratta di poca cosa poiché credere di avere un dio al proprio fianco e invece trovarsi soli fa paura. Basta un secondo per credere in un dio o per non credere. E i santi cristiani pregano proprio per non perdere la fede.


La fragilità della certezze.


Altrettanto provvisorie sono quelle che derivano dalla ragione, dalla scienza, che ne è una forte emanazione.


Si è giunti a sostenere che ogni scoperta serve a creare almeno un dubbio che toglie forza alla «verità» dimostrata. Se la scienza giungesse a punti fermi e validi per sempre, si potrebbe sostenere che la verità nel suo complesso è questione di tempo, ma che la sua costruzione è sicura. E solo questa affermazione darebbe una certezza assoluta. L’uomo, prima o poi, saprebbe tutto di sé, della vita e persino di quella di Dio.


Ma invece ogni affermazione razionale e scientifica ha un’aporia e dunque sembra vera ma non lo è, e se è così, allora l’universo e il mondo sono inconoscibili, misteri di mistero. Viene in mente il sofista: nulla è, se fosse non sarebbe conoscibile, se lo si conoscesse non sarebbe comunicabile.


Ognuno si perde in questi giochi che mi rattristano perché mostrano come sia inutile pensare e come sia necessario fondarsi sempre sull’incertezza.


La caduta delle certezze è parte della fragilità, poiché nemmeno al pensiero è possibile attribuire le decisioni e le convinzioni.
Tutto sembra in balìa dell’enigma.

Educare è certamente una delle funzioni più rilevanti nella successione delle generazioni e nel compito che quelle che precedono hanno sulle generazioni che seguono.


Con l’avvento delle psicologie del Novecento è diventata idea basilare che ogni personalità vive conflittualmente e che i conflitti sono alla base della frustrazione, dunque di un malessere che deriva dall’ambivalenza: volere e non potere, co-presenza di sensazioni contrapposte.
La frustrazione è un debito di violenza che prima o dopo si esprimerà contro qualcuno o qualcosa. Si contrappone alla gratificazione che deriva quando, in mancanza di conflitti, si compie l’azione che si desidera.
Da questo richiamo, dovuto a una scoperta scientifica, e dunque sotto il dominio della ragione e del controllo sperimentale, deriva che si deve contenere al massimo la contrapposizione tra ciò che un figlio vuole fare rispetto a quanto invece desidera che faccia la madre o il padre, responsabili della sua educazione.


Un tentativo impossibile proprio perché la visione del mondo varia in rapporto all’età, alle esperienze che sono talora diversissime in una società più accelerata, che si modifica con una rapidità sorprendente.
Dunque il conflitto generazionale è insanabile, al di là di ogni principio, e ciò significa che l’educazione è sempre frustrazione e genesi obbligata di violenza che le nuove generazioni riverseranno contro i genitori, ma anche contro il loro mondo; e per simmetria anche i padri, che si vedono non rispettati nel loro ruolo e non seguiti nelle richieste specifiche, vivranno ferite drammatiche che generano rabbia, che non è altro che l’anticamera della violenza agìta. Di conseguenza educare significa provocare dissidi, conflitti e avere come esito sicuro la violenza tra generazioni e nel mondo.


Se poi il debito di violenza lo si tiene «dentro», l’accumulo può diventare esplosivo e spostarsi in tempi lontani dal periodo della sua genesi.


È sufficiente affermare che la possibilità che una richiesta paterna o materna incontri il favore del figlio è di bassissima probabilità. E anzi, quando accade, dovrebbe preoccupare poiché mostrerebbe che un figlio la pensa come il proprio padre e dunque con una percezione antica e sorpassata, come se quel ragazzo non vivesse il proprio tempo e dunque ne fosse di fatto emarginato.


Il risultato emerso da questa dottrina è chiaro e forse appare persino scontato: è bene rinunciare a educare o almeno rinunciare all’autorità, fondata sulla esperienza che i padri hanno ma non i figli, per una semplice differenza di età.


L’esperienza del padre, infatti, non può essere caricata di tanto significato, fa parte di una storia personale che non può assurgere a regola.


Non può essere utile riferirsi all’uso delle tabelline e delle moltiplicazioni a matita che ora si fanno con gli strumenti digitali. Dunque non si può fondare un diritto o una legittimazione a un comportamento sulla base della esperienza: se un padre ha passato l’adolescenza in guerra non può attingervi per insegnare al figlio come vivere la stessa fase di crescita in una condizione per fortuna di pace e senza la penuria di oggetti e di cibo propria di una condizione di superfluo e di inutile.


La conclusione è netta: è inutile educare, inutile proporselo, e insistere diventa pericoloso poiché si innesta un sistema generatore di conflitti che non riuscirà a contenere la violenza che, espressa dovunque, condurrà a fare del proprio figlio un delinquente, grazie proprio al voler educare.


Questa conclusione è stata storicamente applicata e i genitori hanno rinunciato alla loro autorità. Seguendo gli psicologi non hanno richiesto nulla ai figli e semmai si sono messi nell’atteggiamento del consulente aziendale che, chiamato e sentito un problema, si limita a dare il proprio parere con prudenza per non giocarsi un lavoro di solito ben pagato che verrebbe interrotto se, dato per sicuro un risultato, poi non si mostrasse affatto. Ecco il padre consulente e non autorevole.


La storia è ancora più complicata poiché non si è rinunciato all’autorità in maniera chiara e senza contraddizioni, ma tra ripensamenti e mutamenti di convinzione e così la rinuncia è stata a corrente alternata e ha generato atteggiamenti contrapposti davanti alla stessa richiesta o al medesimo comportamento, soltanto spostati nel tempo. E questa incoerenza è già fastidiosa oltre che educativamente tremenda.
Il principio dominante, comunque, è stato di non imporsi e questo ha segnato la vittoria e la forza delle psicologie: meglio essere genitori prudenti e non educare affatto.


L’educazione è diventata così un atteggiamento di totale libertà data al figlio che, per definizione, è uno che coabita con papà e mamma e che ha il diritto di essere rispettato e trattato bene. Il padre e la madre sono due testimoni di ciò che il figlio fa e assistono a un teatro con protagonista proprio lui, il figlio, di cui possono semplicemente dire se lo spettacolo è piaciuto oppure no. Ma ovviamente questa è la commedia o la tragedia e non si può cambiare.


La certezza delle psicologie ha generato pedagoghi e professori universitari con tanto di ermellini che hanno contribuito a mettere tutti tranquilli.


Ma passano pochi anni e ci si trova di fronte a uno scenario familiare cambiato, e non si tratta di decorazioni poiché ci si accorge di figli che ammazzano il padre o la madre, di figli che non seguono alcun principio e quindi che non esiste qualcosa che non si debba mai compiere e qualche altra che invece vada sempre fatta: tutto è possibile, dipende solo dal quando e dal come. Si constata che nella famiglia, in cui sono spariti i dissidi quotidiani, si presentano drammi fatti di comportamenti estremi.


Davanti a questo nuovo scenario ci si accorge, sempre scientificamente e con la forza della ragione, che tutto si deve alla rinuncia dell’educazione e al fatto che i giovani hanno bisogno di autorità e che, senza, non possono costruire delle direzioni e fare delle scelte. Si capisce che quel che si è dato non è libertà e che la libertà si esercita solo dentro le regole, ma una licenza totale che vuoI dire fare quello che si vuole con il beneplacito dei genitori. Dunque bisogna riprendere a educare, a far esistere padri e madri come autorità, sia pure fondata su elementi positivi e non sul terrore e sulla forza, ma sapendo che è anche utile usare gli imperativi.


Si è capito che quando i giovani costituiscono un loro gruppo formato del tutto autonomamente, scelgono subito un leader a cui ubbidiscono senza tanti distinguo e senza preoccuparsi del trauma che si fa conflitto.


Le vecchie certezze si presentano come errori grossolani e si richiede ora la necessità di educare e di farlo urgentemente, in un momento in cui nessuno più sa cosa significhi, poiché da qualche generazione, per tutto il Novecento, non si è applicato questo termine, desueto e con il sapore di qualche cosa di sporco e di perverso.


Questa atmosfera dalla famiglia è passata alla scuola che, per limitarsi a dare risposte a domande con il beneficio di inventario, è diventata un luogo della violenza, il suo spazio preferito.


E tutto ciò mentre si disquisiva sul significato di apprendere e di insegnare e si era giunti alla scoperta strepitosa, con la firma di grandi intellettuali, che bisogna imparare a imparare e che chi insegna deve mostrare di non sapere nulla per garantire che tutto va cercato insieme e che ogni affermazione è provvisoria e relativa. Il non credere è la fede giusta, l’atteggiamento più opportuno per la nuova educazione scolastica.


Ma occorre accennare a un’altra convinzione forte, nata addirittura tra le barricate. Il Sessantotto, comunque lo si voglia vedere, è stato un movimento che ha cambiato delle certezze sostituendole con altre.
È un periodo lungo, e non certo circoscritto all’anno con cui il movimento si identifica.


Era allora evidente che vi erano dei privilegi sociali per i ricchi e i borghesi e non per la classe operaia e si cominciava ad avvertire l’esigenza di cancellare queste distinzioni per ristabilire equilibri e un ordine che rispettasse di più chi non aveva avuto vantaggi per nascita e per censo: una condizione che non poteva pesare e non poteva condizionare tutta l’esistenza, a partire proprio dalla scuola e dal grado di istruzione raggiunta.

Avere una laurea o non possederla era come tenere in tasca una chiave che apriva alcune porte altrimenti chiuse, indipendentemente dalle doti del singolo. Era considerato intollerabile che le professioni nobili, come legge, filosofia, lettere, che allora costituivano simbolicamente il sapere sommo, fossero esclusive possibilità di chi frequentava il liceo classico, caratterizzato dallo studio del latino e del greco e dunque dentro le fonti della grandezza della civiltà.

Non era invece ammissibile che chi aveva frequentato un istituto tecnico, di qualsiasi indirizzo, non potesse andare all’università che così era solo il regno dei ricchi e dei borghesi, mentre gli altri rimanevano dentro un sapere empirico e in un’attività tecnica che non aspirava ad approfondire questioni di grande rilievo e che per questo non poteva assurgere ai posti di comando della società. Si era notato inoltre che all’università le ragazze erano poco rappresentate e ciò costituiva un’altra discriminazione, questa volta non tanto legata al censo e alla classe in cui erano nate, ma a una differenziazione biologica e di ruolo sociale.


Occorreva mettere fine a questa discriminazione e aprire l’università a tutti coloro che avevano terminato le scuole superiori, senza alcun limite e alcuno sbarramento.


Fece impressione ricordare che Quasimodo, Premio Nobel per la letteratura, grande poeta, era un geometra diplomatosi in un istituto tecnico.


L’atmosfera non si era limitata, come tante altre volte, alle discussioni accademiche, al gioco di opinioni, ma si scese in piazza, si organizzarono manifestazioni contro un potere ritenuto responsabile della condizione di immobilismo e di discriminazione sociale. Le università vennero occupate. Si criticò lo stesso sistema che generava i professori delle università: la carriera incominciava con la frequentazione postlaurea negli Istituti senza percepire alcuno stipendio ma con la ipoteca che, dopo un certo periodo di «assistente volontario», arrivava il premio. E certo solo chi era sostenuto da una famiglia abbiente poteva resistere così a lungo.


La lotta, che usò anche le bombe, portò ad aprire l’università a tutti, ad ammorbidire anche i criteri di valutazione nella scuola superiore con esami che non avevano più nulla di proibitivo e che perdevano il significato dell’ultima prova rituale rimasta. Così divenne facile ottenere un diploma, le lauree furono raggiunte con esami di gruppo o comunque senza che il giudizio diventasse ossessivo.


Il numero dei laureati si moltiplicò, le donne-dottore videro un’impennata e l’Italia si trovò a essere una nazione di laureati, ma anche di laureati senza un posto di lavoro, poiché intanto il titolo accademico aveva perso di valore. I figli del proletariato erano ora, finalmente, laureati ma non potevano trovare un posto adeguato, certamente non dentro il privilegio che il titolo aveva quando era elitario.

Le università si trovarono sovrappopolate e dunque davano un insegnamento peggiore, non seguivano più gli studenti, divenuti dei frequentatori ignoti ai docenti che li vedevano all’esame, a questa sorta di incontro burocratico. Allo stesso tempo chi aveva bisogno di laureati si accorgeva di avere delle persone impreparate alle quali si doveva insegnare tutto, e le grandi aziende avevano creato dei veri corsi di apprendimento, non solo e non tanto per adattare un sapere a quella specifica attività aziendale, ma per dare una preparazione che non c’era o, peggio, per correggerla.


Così nacque il più grande disastro della cultura universitaria e degli stessi atenei che sempre più divennero delle scuole superiori intasate.
La richiesta di avere più docenti, per adeguare meglio il rapporto con gli studenti, abbassò anche il livello degli insegnanti e l’università italiana, certamente un tempo di prestigio, divenne una non-università.
Ci fu una risposta immediata: la costituzione di università private che ristabilirono i vantaggi delle élite e declassarono per confronto le università pubbliche, quelle della giustizia sociale.


Ma si assistette a un disastro ancora più drammatico. È bene richiamare che tutto quanto ha ispirato questi eventi, l’idea di fondo, non è affatto criticabile se non altro perché risponde a un criterio di giustizia distributiva che socialmente rimane ancora di grande significato. Inoltre a sostenere queste idee non erano soltanto dei giovani proletari, ma anche persone e personaggi di alta estrazione borghese e persino del capitalismo più solido tra quello esistente nel nostro Paese.


La certezza che la società sarebbe mutata proprio per l’inserimento di componenti che prima erano escluse da posizioni di prestigio e comunque di comando, si mostrò un’illusione delle più inattese: un vero disastro.


Il proletariato, giunto al comando, si comportava esattamente come gli habitué del potere, anzi con un’arroganza ancora più odiosa e con un’enfasi che aveva un carattere compensativo e che dunque non era disposto a lasciare a nessun prezzo. Un attaccamento più adesivo di quello che mostrava chi occupava quel territorio da tanto tempo e che, al confronto, conquistava simpatia.


La classe, che aveva vissuto tra le difficoltà, che era stata sopraffatta dai potenti, giunta alla medesima posizione si manifestava gretta, senza più interesse per il movimento che aveva animato.


Nacque un gruppo di potere cieco e conservatore come da tempo non si era visto. Al confronto, il vecchio potere aveva uno stile di gestione da preferire alla sospettosità, all’arroganza, persino alla maleducazione di chi vi era sopraggiunto.


Uno dei risultati del Sessantotto fu certamente un sindacato più forte. Un’organizzazione che raggiunse obiettivi storici, come lo Statuto dei lavoratori, ma che creò anche una burocrazia sindacale formata da migliaia di persone che ormai erano passate dalla fabbrica agli uffici, dalle ferriere alle riunioni generali per parlare di sviluppo economico e di pianificazione della società. Temi che venivano affrontati spesso senza una competenza, ma con la pretesa di un diritto puramente di forza.


La rottura di ogni trattativa voleva dire sciopero. Uno strumento di significato indiscusso, una modalità per fare sentire la propria voce dopo secoli in cui quella voce non contava nulla, era diventato un balzello di condizionamento, sovente contrario all’economia e ai posti di lavoro.


Un sindacato diviso in infinite sigle, talora di dimensioni numericamente ridicole ma in grado di bloccare un’intera attività produttiva. E ormai c’è lotta tra sigle, tanto da fare dell’unità dei lavoratori una pura e pia illusione.


E così si giunge al sindacato come potere, alla logica perversa del fare perché si può, per mostrare di esistere e non per questioni di estrema rilevanza.


E il sindacato si è reso corresponsabile della disoccupazione e del trasferimento del lavoro in aree e in Paesi in cui il costo del lavoro è minore. Aziende finite con il colpo di grazia del sindacato e altre difese approvando sovvenzioni statali ingiustificate.


È triste vedere al comando chi prima era succube, agire con una tracotanza da vecchio classismo cieco, clonato esattamente in chi si era opposto allo stesso potere e a quello stile.


La classe padronale godeva di benefici e otteneva ciò che voleva, evadeva le tasse poiché controllava i controllori del sistema fiscale. Ora si sono aggiunti anche gli ex proletari al potere che usano lo stesso sistema.


Attorno a una villa padronale nascono ormai ville moderne costruite dall’arroganza e dall’imbroglio del potere del sindacalista, del piccolo artigiano, del piccolo imprenditore e del laureato della nuova generazione dei beneficiati del Sessantotto.


Tra i politici prima c’era una crème inutile e inamidata, adesso una élite di ignoranti capaci solo di furbizie, incurante di nulla se non di accrescere il proprio piccolo potere, e che, per la caratteristica insita nel potere, è destinato ad aumentare, moltiplicando le azioni «criminose» compiute con avvocati e commercialisti al limite della legge: i professionisti dalle azioni sporche e dalle carte pulite.


I padroni ora hanno il volto miserabile della stupidità e dell’arroganza dimessa. È la classe dei furbetti che non fa nulla, nemmeno un autografo senza avere interpellato l’avvocato, il commercialista e l’amico corrotto, la guardia di finanza.


Allora, prima del Sessantotto, i corrotti erano pochi e grossi, ora sono molti e nessuno più ricorda che c’è una etica o, se ne parla, è per occupare serate inutili. Bisogna pur fare quello che i ricchi facevano, e in fondo il vero sogno dell’impotente è di diventare potente e del succube di farsi padrone di succubi.


Ecco la grande delusione, ecco la fragilità non solo degli uomini ma anche dei loro princìpi. La fragilità dei sistemi organizzativi e delle idee che di solito li anticipano diventandone i motori.


Gli esempi che si possono portare sulla fragilità dei sistemi, al di sopra dunque dei comportamenti singoli, sono talmente tanti da convincere che la fragilità sia una costante della storia.


Chi guarda con preoccupazione e pessimismo a questo momento, è preso certamente dal timore di trovarsi alla fine di una civiltà.
Una conclusione che certo va superata di corsa, per non aggiungersi alle tante cassandre.


La sensazione più realistica è che ogni grande innovazione, ogni certezza siano caduche e che ogni elemento considerato ora come conquista conduca, prima o poi, in un vicolo chiuso. E tutto accade lentamente, quasi fatalmente, non per una degenerazione rapida, non per un evento che abbia le caratteristiche del disastro o della disgrazia.
Il riferimento alla morale si impone ancora con forza: mai come in questo momento si parla di eticità, del bisogno di riportare le regole dentro i piccoli gruppi o le grande istituzioni, dentro la società; e si inventano commissioni di controllo, definite etiche, a ogni livello.
Ebbene questo accade in un periodo storico in cui mai è stata tanta l’immoralità. Si constata regolarmente che le commissioni sono presiedute o composte da persone che si sono macchiate delle immoralità più evidenti e che insensibilmente pontificano sui princìpi e sui criteri per affermare la morale sociale.


Del resto, ne abbiamo accennato, l’unica spia della moralità nel singolo è il senso di colpa, quel malessere che uno prova di fronte a un’azione compiuta quando è diversa da quella che invece avrebbe dovuto e voluto fare. La colpa è lo scarto tra ciò che si è fatto e ciò che si doveva fare, tra l’essere e il dover essere. Un confronto semplicemente morto poiché nell’immoralità non c’è un dover essere, ma semplicemente si fa ciò che l’occasione offre e che garantisce un vantaggio proprio, non importa come e perché.


Semmai domina il senso della vergogna che è anch’esso un malessere, ma si attiva solo se si avverte la disapprovazione di qualcun altro. Allora si arrossisce ma semplice mente per disapprovazione dell’altro, non per il giudizio che ciascuno dà di se stesso. E, dunque, senza quell’incontro non si avverte nulla; basta vivere tra chi fa le stesse cose e quindi tra chi non le disapprova affatto, ma anzi gozzoviglia sugli effetti che quel comportamento promuove, e l’effetto è sempre quello del proprio tornaconto.


Naturalmente la regola sociale dei comportamenti dovrebbe venire difesa dai tribunali e dalla giustizia che amministrano, ma non funzionano affatto, sono affetti da una lentezza operativa cronica che non è casuale, ma offre un contributo essenziale ai delinquenti che trovano in questo procedere una sorta di immunità. Spesso non si giunge nemmeno a giudizio poiché la lentezza e i rallentamenti guidati portano alla prescrizione.


Naturalmente ci sono mille scappatoie per corrompere i giudici.
Si parla continuamente di riforma della giustizia, ma non si farà mai poiché il miglior funzionamento, almeno il più vantaggioso, è che non funzioni affatto.


E ciò vale anche per la riforma della burocrazia che non si farà mai poiché è la salvezza di molti. Basta infilare una pratica in un cassetto sbagliato o spostarla regolarmente in fondo, per risolvere ogni problema.
Ecco su cosa si fonda quella strana impressione di trovarci alla fine di una civiltà, sulla constatazione che tutte le grandi innovazioni sociali che erano servite a caratterizzare un periodo storico ora non portano se non effetti mascheratamente di imbroglio: il diritto aveva fatto grande l’Impero romano, l’etica era stata la grande invenzione della polis greca, i due momenti fondanti di una grande civiltà che ora vede le istituzioni somme fallire: lo Stato e la Chiesa.


La presenza del divino nel mondo dovrebbe servire a calmare l’orgoglio sviscerato e il senso di onnipotenza umana che esaltano il potere e il dominio.


Si deve invece constatare che la partecipazione diretta alle pratiche religiose è fortemente diminuita, non solo per il numero di persone che attendono alle celebrazioni liturgiche, ma per il minore rispetto nei confronti della religione.


Le vocazioni, del resto, sono crollate e le istituzioni della devozione, come monasteri, conventi o parrocchie sono in netta diminuzione, gestiti fittiziamente per non perdere i vantaggi che lo Stato garantisce ai luoghi di culto e dell’ammaestramento divino.


Si deve anche aggiungere che sempre più si trovano uomini di Chiesa implicati in affari anomali o criminali, e persino in comportamenti in cui manca il rispetto delle persone, come negli abusi sessuali sui minori e nella perdita di forza educativa in generale che era invece parte della funzione dell’insegnamento religioso.


Tutto questo insieme mostra come la religione sia fortemente in crisi e come la Chiesa non si erga più ad esempio e a baluardo di una civiltà, a esserne la coscienza.


Ma io non voglio cadere in questi trabocchetti, anche se non si può evitarne la tentazione; semmai mi sento di dire che anche la religione è una dimensione fragile dell’uomo e che gli dèi, nella mente dell’uomo, si fanno più esili e mostrano un volto che talora si riduce a una sinopia.
Ma sento il desiderio di ritornare al denaro, a questo riferimento della contemporaneità e del potere.


Ebbene nulla è più aleatorio del denaro, basta constatare come la sua dimensione risenta persino delle condizioni psicologiche.


L’affermazione preoccupata di un top manager può portare il valore di un’azienda a perdere una forte percentuale della sua quotazione in Borsa e quindi a valere meno in denari o viceversa di più se si annunciano acquisizioni o alleanze ritenute stabilizzanti. E il tutto a seguito di un comunicato che può essere fatto ad arte, senza nessuna obbiettività, nel puro àmbito delle impressioni speculative.


E poi le svalutazioni acute o striscianti: quella che segue il crollo della Borsa di NewYork del 1929 o quella dell’entrata nell’euro che diventa la cornice per dec1assamenti mascherati che significano sempre perdita del valore del denaro.


Il denaro è un pezzo di carta che ha la serietà di una meretrice nel garantire fedeltà e moralità.


Le banche, che erano le custodi del denaro, le vestali delle economie, si sono rivelate fattucchiere e giocolieri che non si trovano più nemmeno nei circhi di paese. Sistemi eleganti per derubare inconsapevolmente. Ecco la fragilità delle economie e delle garanzie su cui vorrebbero fondarsi.

L’uomo, tra Requiem e Resurrexit

Io non so se questa grande civiltà stia per finire, e nemmeno riesco a immaginare con quali segnali si annuncerà la cessazione dei princìpi su cui si reggeva, né se sarà una morte rapida oppure lenta.
So che è tempo perché l’uomo trovi un equilibrio differente, sia sul piano individuale sia interpersonale, affinché possa rimanere un animale sociale e l’ambiente collettivo continui a essere la cornice in cui l’umanità vive.


So che deve cambiare la strategia di esistenza, il senso che si deve attribuire al tempo che passa, alla stessa fine e ai limiti di cui l’uomo è fatto.


Mai come in questo momento storico i disturbi mentali sono tanto gravi e diffusi: l’ansia sembra una compagna fissa di ciascuno di noi, indipendentemente dall’età. La depressione, che è una dichiarazione di stanchezza di rimanere al mondo e di voglia di morire, ha raggiunto percentuali che ormai ne fanno il disturbo più «normale» che si conosca. Le malattie centrate sulla paura, fino alla paura della paura e agli attacchi improvvisi di terrore, sono un’entità nuova e drammatica a cui è correlata la patologia della nostra mente. I disturbi sociali, intesi come difficoltà di inserirsi attivamente nel contesto delle città, e che comprendono anche la violenza inaudita di un anonimo verso un ignoto, sono tali da spaventare. Una brutalità che va oltre la logica di un nemico da eliminare e di un ostacolo da rimuovere, ma che si scaglia contro un nessuno, contro chi nemmeno si conosce e pertanto è escluso da una qualsiasi avversità. La violenza è giunta a essere un comportamento banale, così come l’ammazzare.


In un quadro di queste dimensioni il cambiamento si rende necessario per impedire la sparizione di una intera società e dello stesso pianeta, per evitare non soltanto la fine di una civiltà, bensì dell’uomo.
Occorrono un’innovazione del mondo e nuove strategie di stare insieme e di aiutarsi reciprocamente nell’avventura esistenziale.


Non è certo rassicurante il dato in base al quale le coppie in amore si spaccano entro quattro o cinque anni.


Non è una società civile quella che ha ordito la guerra stabile tra padri e figli, tra passato e presente.


Non è possibile chiamare vita una guerra continua combattuta su fronti che vanno dalla dimensione personale a quella del gruppo di appartenenza, fino al Paese a cui si è legata la propria origine.


Non è nemmeno possibile definire esistenza, il girare continuo tra rischi di attentati e azioni di terrore da cui si è usciti vivi solo per fatalità.
Nella pianificazione di un nuovo umanesimo, inteso come l’insieme di princìpi fondamentali per far sì che l’uomo viva assieme agli altri uomini alla ricerca della serenità, di una serenità di tutti per non esser in balìa delle paure del vicino, bisogna partire da un dato che mi pare indiscutibile: la fragilità costitutiva dell’uomo e della sua condizione esistenziale.


La fragilità non è una medicina per sanare i gravi disturbi della società, le sue tragedie; è una caratteristica positiva a cui si legano grandi espressioni sociali, possibili all’uomo e all’umanità nel suo insieme.
L’amore di coppia, l’amicizia tra singoli, la solidarietà e il rispetto dell’altro sono il collante di una società che voglia sviluppare la serenità e non la guerra, che voglia investire sulla pace e non sul sopruso.


La fragilità è bisogno dell’altro e non sopportazione. L’altro diventa una necessità e permette non solo di esser aiutati ma anche di soddisfare il bisogno fortissimo di aiutare. Permette di capire, finalmente, che fare il padre ed essere padre corrisponde alla necessità di aiutare a crescere e di sentire di aver una posizione autorevole che diventa la forza dell’educazione. Permette di vivere senza i compromessi, senza le furbizie per avere cose e denaro e per perdere al con tempo dignità e credibilità.


La fragilità è all’origine della bellezza di perdonare, di poter dire «anch’io ho sbagliato e sono stato perdonato»: permette di scoprire la delicatezza di un sorriso invece che il ghigno del sospetto. Significa stare con persone che ti ringraziano per una gentilezza e che tu ringrazi per esser stati pazienti e comprensive con te: piccole gratificazioni che danno la voglia di gratificare. E a casa si ritrova il clima sereno e non il sospetto di venire giocati e derisi. I luoghi di lavoro diventerebbero spazi della fatica, ma della fatica condivisa e compresa, senza la paura di subire sgambetti e soprusi: luoghi frequentati per uno scopo comune che li rende incompatibili con le guerre dell’egoismo e della stupidità.
La fragilità è all’origine della comprensione dei bisogni e della sensibilità per capire in quale modo aiutare ed essere aiutati.


Un umanesimo spinto a conoscere la propria fragilità e a viverla, non a nasconderla come se si trattasse di una debolezza, di uno scarto vergognoso per la voglia di potere, che si basa sulla forza reale e semmai sulle sue protesi. Vergognoso per una logica folle in cui il rispetto equivale a fare paura.


Una civiltà dove la tua fragilità dà forza a quella di un altro e ricade su di te promuovendo salute sociale che vuol dire serenità. Serenità, non la felicità effimera di un attimo, ma la condizione continua su cui si possono inserire momenti persino di ebbrezza.


La fragilità come fondamento della saggezza capace di riconoscere che la ricchezza del singolo è l’altro da sé, e che da soli non si è nemmeno uomini, ma solo dei misantropi che male hanno interpretato la vita propria e quella dell’insieme sociale.


La fragilità è dentro il mistero e il mistero impedisce che si affermi e si imponga la verità, poiché sulla verità si fanno guerre, persino sulla verità degli dèi.


Senza l’altro non ci sarebbe vita. Vivere significa stare con l’altro, e la vita si fa serena se si coniuga la propria con quella di tutti, per non temere nessuno ed essere potenzialmente aiutato anche da coloro che non si conoscono, che hanno caratteristiche somatiche strane, colori della pelle variegati, ma che sono uomini poiché l’uomo è definito dal pensiero e dalla fragilità, che sono doti della personalità.
La fragilità come forza, e per questo è utile meditare sul potere a cui è giunto il momento attuale, su questa grave malattia dell’uomo.
Questo è l’incipit di una nuova civiltà e solo così si può aprire un tempo sereno per svilupparla, per scoprirla.


Ho avuto voglia di comporre la prima pagina di un libro che mi auguro voluminoso; anzi, ho voluto solo scrivere una parola, fragilità, e poi lasciare che la storia possa aggiungervi il resto. Un libro in cui molti, singolarmente e insieme, dovranno aggiungere altre parole, altri sensi.
Importante è che si cominci, senza usare la gomma per cancellare e il lapis per rifare alcune pagine, per sostituire alcune frasi, poiché il bisogno di correggere che dura ormai da molti decenni ha solo complicato gli errori e garantito di continuare a sbagliare, dal momento che ci sono errori che producono denaro e potere.


È tempo di ripartire e io non so come sarà – se sarà il futuro, conosco il tempo presente e il declino della civiltà che precipita con la velocità di un masso che cade in un vuoto infinito.


Una parola è poco, ma è qualcosa se la si è tirata fuori dal dolore e dalla voglia che l’uomo viva meglio e sia più uomo.


Il rischio attuale è che di umano gli sia rimasta attaccata addosso solo la miseria: un uomo miserabile e infelice, ubriaco di illusioni e di inganni, fatti e subìti.


Non potrò vedere scritte molte pagine di questa nuova storia poiché mi aspetta la morte e l’appuntamento mi troverà sconcertato poiché nel vecchio libro risulta essere la più grave delle ingiustizie e il mistero che più mi indigna. È il momento in cui anche la fragilità muore.

Mi sentirò per un attimo senza la mia fragilità che ho amato e che mi ha aiutato a vivere, ma che non mi serve per morire.

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