DARE AL DOLORE LE PAROLE CHE ESIGE – Angelo Nocent

San Giovanni di Dio

Il precursore San Giovanni di Dio ha saputo

dare e dire  a ogni dolore le parole che esigeva.

 

C’ERA UNA VOLTA IL CONVENTO-OSPEDALE – 03

San Giovanni di DioL’ articolo che qui appare è il terzo di una serie. I primi due sono comparsi sulla Rivista FATEBENEFRATELLI.

Questo invece, forse per qualche nota sopra il rigo, non è mai stato pubblicato. La vera motivazione non mi è nota ma non è importante. 

I principi ispiratori del nuovo blog ANIMA DOLENTE che RI-NASCE  proprio nel giorno della Pentecoste 2013  (19 Maggio) sono in qualche modo sintetizzati qui e, a Dio piacendo, proverò a riprenderli e a svilupparli.

Appunti di bordo di Angelo Nocent

 

n. 03 – DARE AL DOLORE LE PAROLE CHE ESIGE

 

Un passo indietro per avanzare da innamorati

 

Ho sotto gl’occhi “L’iSOLa della SaLuTe”, il bimestrale della Curia Generalizia e dell’Ospedale “San Giovanni Calibita – Isola Tiberina,  giugno-luglio 2009.

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Commissioni, sottocommissioni, viaggi intercontinentali, meeting,  canali satellitari, risonanze magnetiche, SKY, e perfino Marzullo…Che meraviglia!

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Confrontando grafica, foto, titoli e contenuti con le mie povere indagini su una vecchia storia che si tramanda da secoli, mi par di essere  un sopravissuto cavernicolo o quel soldato giapponese disperso nella foresta  che non si era ancora accorto della guerra finita da un pezzo. Eppure, nulla di quella vivacità spettacolare che infiamma gli abitanti dell’Isola, è paragonabile allo stupore che sto provando mentre rimugino su quella “folgorazione” che, nell’anno del Signore 1538, è caduta sulla testa di un uomo di nome Giovanni mentre si trovava internato nel manicomio di Granada, senza riflettori e telecamere puntate.

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La premessa è una scusante per chiedere in anticipo benevolenza a quei lettori che avranno il coraggio di buttarsi su questo caso clinico che ha fatto storia e che potrebbe aprire un nuovo capitolo. Non escludo che, lettura facendo, si rendano conto di perdere tempo con uno che non si è accorto che il mondo è cambiato. Ma potrebbe succedere anche il miracolo di una Pentecoste che si posa sulla testa e nel cuore di contemporanei, dispersi ma pur sempre comunicantes in Unum .

 

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La “Storia della vita e sante opere di Giovanni Di Dio –  Prima biografia di S. Giovanni di Dio (di Francisco de Castro)” è il compendio della tradizione orale tramandataci dai contemporanei del Santo che hanno condiviso con lui l’Opus Dei, suscitata dallo Spirito e posta nelle sue mani perché la portasse a compimento nella Chiesa del suo tempo.

I sociologi da tempo hanno messo in luce la forza e il carattere irripetibile di un movimento collettivo nel suo status nascendi. Parlando degli stati di effervescenza collettiva, Durkheim ha scritto: “L’uomo ha l’impressione di essere dominato da forze che non riconosce come sue, che lo trascinano, che egli non domina…Si sente trasportato in un mondo differente da quello in cui si svolge la sua esistenza privata. La vita qui non è soltanto intensa, ma è qualitativamente differente”.

Per Max Weber la nascita di tali movimenti è legata alla comparsa di un capo carismatico che, rompendo con la tradizione, trascina i suoi seguaci in una avventura eroica, e produce in chi lo segue l’esperienza di una rinascita interiore, una metanoia, nel senso inteso da san Paolo.

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Premesso che la prospettiva di questi autori è sociologica, anche se non è  in grado di spiegare da sola i movimenti religiosi, aiuta tuttavia a capirne la dinamica. Secondo Francesco Alberoni, sono i momenti del nascere delle religioni, della riforma protestante, della rivoluzione francese o bolscevica. E della comparsa dell’Ordine dei Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, aggiungiamo noi. Secondo lui vi è una indubbia analogia tra la nascita di questi movimenti e il fenomeno dell’innamoramento. E’ proprio quanto è accaduto a  Giovanni di Dio ed ai suoi seguaci: un innamoramento. Né più né meno. I testi comprovanti, estrapolabili dalla prima biografia, abbondano. Uno per tutti:

Era tanta e tanto grande la carità, della quale nostro Signore aveva dotato il suo servo, ed erano così singolari le opere che da essa derivavano, che alcuni, giudicandolo con spirito vano, lo ritenevano per prodigo e dissipatore, non comprendendo che nostro Signore lo aveva messo nella cantina del vino ed ivi aveva stabilito in lui la sua carità1[33], e che egli si era in tal modo inebriato del suo amore, che non negava nessuna cosa che gli venisse chiesta per lui, fino a dare molte volte, quando non aveva altro, la povera roba di cui era vestito, e rimanere ignudo, essendo pietosissimo con tutti e molto austero e rigoroso con sé.” (Cap. 14)

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Entrare nella mente di una qualsiasi persona è impossibile. Tutto si complica se si tratta, per giunta,  di un innamorato-santo come Giovanni di Dio. Ma qualche segreto lo si riesce a carpire osservando i suoi gesti, il suo parlare, il suo scrivere. In questo tentativo mi farò aiutare dallo psichiatra Prof. Eugenio Borgna, maestro riconosciuto, ora anche collaboratore di questa rivista, uomo che riesce a parlare per ore di Dio senza mai nominarlo. Esperto in “Emozioni ferite” (Feltrinelli, 2009), con la sua ultima fatica letteraria permette di leggere un Giovanni di Dio inedito al quale bisognerà rivolgere più attenzione, se si vuole che significhi qualcosa per noi che dalla sanità pubblica riceviamo tutto, rispetto ad allora. Quel di più che manca a noi sono proprio i guaritori di emozioni ferite. In Giovanni di Dio possiamo vedere un precursore al quale ispirarci.

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Nato per la gente dal cuore spezzato

Chi fa giardinaggio sa bene che vi sono  fiori che non si riproducono piantando il loro seme o un ramoscello della pianta ma solo a partire dal bulbo che misteriosamente si ridesta e torna a germogliare in primavera, vedi tulipani, gigli, calle, gladioli. Quando si parla di ri-fondazione io credo che anche l’ Ordine debba sforzarsi di ripartire dal bulbo. E per bulbo intendo la primitiva intuizione – o meglio ispirazione – che Giovanni di Dio ebbe nel 1538: “«Gesù Cristo mi conceda il tempo e mi dia la grazia di avere io un ospedale, dove possa raccogliere i poveri abbandonati e privi della ragione, e servirli come desiderio io». E nostro Signore lo esaudì pienamente.” (Cap. 9)

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Da questa lucida-mente sono nati i “conventi-ospedale” che si sono moltiplicati lungo i secoli sui cinque continenti. Solo che per troppo tempo si è rimasti legati al senso letterale dell’affermazione, non dando peso al significato traslato, metaforico. Quando si dice che ha del rivoluzionario l’aver inventato l’ospedale concepito come casa, luogo di accoglienza calorosa, letti singoli, bagni e pulizia, biancheria candida, pasti caldi, cure adeguate… preghiere, sacramenti…non si dice solo una verità storica ma si vuol sottolineare che queste erano cose notevoli e inconcepibili per l’epoca e geniale l’autore. Ma nel mutato contesto sociale dove ormai tutto questo è dato fortunatamente per scontato, oggi quelle parole devono assumere un significato “altro”, ancor più rivoluzionario, che proverò ad evidenziare. Se ben compreso, ci si renderà conto che si  va ben oltre il concetto di “umanizzazione” che ha spopolato in questi anni.

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L’ “Ospedale” che vuole Giovanni di Dio non può essere mai disgiunto da “poveri abbandonati e privi di ragione”, pena tradirne l’ispirazione . Ciò che lui chiede a Gesù, il Signore della Vigna per il quale lavora, è uno spazio geografico. Ma solo per riuscire ad aprirsi un varco nella direzione del profondo dell’uomo che, proprio nella fase della malattia, solo con le sue inquietanti domande di senso, si sente come un povero abbandonato e privo di ragione.

Quando pronuncia queste parole, il santo sta facendo l’esperienza del manicomio. Ha posato i suoi occhi nelle pupille dei suoi compagni di sventura. E’ in preda a grandi emozioni, le sue, e quelle condivise. E’ un miscuglio di “emozioni ferite”, di disperazione partecipata. Kafka doveva ancora nascere ma i castelli kafkiani di tante solitudini già esistevano. Egli chiede di abitarli. E lo chiede come “grazia”, dono. Vuole impegnare le sue ventiquattro ore quotidiane per “servire” con viscere di misericordia, sull’esempio del suo Maestro. Perché lui è in azione anche quando dorme ed il “riposatevi un poco”  del Vangelo (Mc 6, 30-34) lo sperimenta nell’abbandono orante.

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Un San Giovanni di Dio che dedica molto del suo tempo alla questua, potrebbe far pensare che la sua attenzione sia umanitaria, prevalentemente rivolta ai bisogni vitali di una persona: la mensa, un tetto, qualche medicina. In realtà egli tra il dentro e il fuori ospedale non fa distinzione. Quando gira non va solo per questuare ma per snidare il dolore nascosto: il suo ricevere è sempre accompagnato dal dare che gli garantisce nuove entrate.

Un piccolo aneddoto, ricavabile da una sua lettera: “Dovete sapere che l’altro giorno, quando stavo a Cordova, andando per la città, ho trovato una casa nella più grande necessità, dove vi erano due ragazze che avevano il padre e la madre ammalati a letto e rattrappiti da dieci anni; li ho visti così poveri e così malconci, che mi spezzarono il cuore: seminudi, pieni di pidocchi, avevano come letto dei fasci di paglia; li soccorsi come potevo, perché andavo di fretta per trattare con il maestro Avila, ma non diedi loro come avrei voluto…”. (Prima Alla Duchessa di Sessa, 15).

Se ciò che ha potuto fare gli sembra inadeguato, a noi appare notevole: è riuscito a frantumare le resistenze e ad aprire un varco alla luce in quella tana di sepolti vivi; una trasfusione di globuli rossi di speranza nell’asfittica realtà di quattro persone gravemente anemiche.

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Uno che ha fatto di tutto nella vita, dal pastore al militare, dallo spaccapietre al venditore di legna raccolta nei boschi, fino ad ambulante di libri ed immagini, quest’uomo da marciapiede per divina chiamata, è cuore che si commuove.

Frequenta contrade, visita tuguri, entra nei postriboli, senza disdegnare i salotti e i palazzi principeschi perché ormai è uomo di Dio per gli uomini. E, se con essi, specie gli emarginati, condivide pane e dolore fisico e morale, verso i ricchi, non esenti da pene, ha sentimenti di riconoscenza sincera: “Sono molto obbligato a tutti i signori dell’Andalusia e della Castiglia, ma molto più al buon duca di Sessa e a tutte le sue proprietà: è molto, molto grande la carità che ho ricevuto dalla sua casa”. (idem 5).

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La sua arma segreta è l’essere cristiano in comunione con il mondo, una comunione di destino. I suoi occhi sono buoni, privi di malizia. Perciò il suo sguardo è terapeutico e la sua bocca sa proferire parole capaci di curare ferite d’ogni genere, perfino l’egoismo dei ricchi o l’odio degli offesi. Il suo non è mai un contatto psichico ma un incontro. “Incontro” – dice il Borgna – inteso come un essere-insieme nelle diverse modalità consentite dal destino all’uno e all’altro” (p.32).

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Lavoro terapeutico dotato di senso

Giovanni di Dio nei rapporti con le persone è anticipatore di quei comportamenti timidamente assunti dalla psichiatria di matrice fenomenologica soltanto nel ‘900, quella che “si propone di avvicinare medico e paziente sulla base di un essere-nel-mondo comune a “sani” e a “malati “ (p.32).

La sua “non è vita contrassegnata dalla distrazione, dalla noncuranza, dalla indifferenza e soprattutto dalla incapacità ad immedesimarsi nella situazione psico(pato)logica e umana della persona che, stando male, chiede disperatamente aiuto: non di rado solo tacendo” (idem).

Giovanni di Dio proprio durante l’ internato nel reparto psichiatrico dell’Ospedale Regio, dà prova a se stesso e agli altri di “come accostarsi emozionalmente ad un paziente divorato dai suoi fantasmi di angoscia e di persecutività, di colpa e di condanna.

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Egli possiede un curriculum assai modesto. Appare istintivo, intraprendente ma è fortemente carismatico. Non ha studiato la medicina sui tomi ma ha sperimentato il dolore fisico e morale, sa tutto della vita è perciò ha dovuto essere medico di se stesso. Lo si direbbe terapeuta nato al quale andrebbe attribuita almeno una laurea honoris causa, perché è uomo che, ad un certo momento, sa dare al dolore le parole che esige, come dice Shakespeare nel Macbeth [137]. Il prof. Borgna che lo cita, ci svela cosa accade  nel segreto di chi soffre: “Il dolore che non parla, a un cuore troppo affranto sussurra bensì l’ordine di schiantarsi”. Capite? Il dolore muto non scherza: stimola pensieri suicidi.

Quella capacità di Giovanni di captare oltre il sentire comune, quel sesto senso che lo contraddistingue e mette stupore, è talento ma anche sintonia con il divino, un legame che gli allarga gli orizzonti e gli permette di vedere il mondo con gli occhi di Dio che per lui è “sopra tutte le cose del mondo”.

Ecco svelato il segreto di quella sua arte maieutica che fa partorire, ossia “sgorgare dal silenzio, o dalla chiacchiera indistinta e acquatica, le parole che i pazienti custodiscono, e imprigionano, nel loro cuore. Questo – secondo il Borgna – è già un realizzare “un lavoro terapeutico dotato di senso”.

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Invito a riprendere in mano la prima biografia e le lettere per provare a rileggerle con questa particolare attenzione. Non sarà difficile intravederlo e riconoscerlo nelle affermazioni che prendo in prestito dalla mia guida:

 

  • – “Le parole, che curano, sono tali quando si accompagnano alla voce, agli occhi, agli sguardi, che confermino le parole ascoltate.
  • – Le parole, che curano, non possono non essere animate dalle emozioni che sono in noi;   ma, ovviamente, non tutte leemozioni ci ispirano parole terapeutiche.
  • – In ogni caso, anche le parole incrinate dall’ansia, e dall’incertezza, e che vorremmo   rimuovere, o almeno mascherare, in noi, sono più utili ai pazienti che non quelle ghiacciate e sottratte alle incrinature emozionali: al di là di ogni loro contenuto, e di ogni   loro intenzione” (pag. 31).

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Voce, occhi, sguardi, parole, emozioni… In un punto della biografia si legge: “Con la sua voce lamentevole la virtù che gli dava il Signore, sembrava che trapassasse l’animo di tutti. Ed insieme commuoveva molto il suo aspetto debole e affaticato, e l’austerità della sua vita…”.

Ecco gli strumenti terapeutici che fanno emerge in lui quel di più che mi pare oggi ignorato. Quando Luca dice di Gesù che tutti cercavano di toccarlo perché da Lui usciva una forza che guariva ogni genere di malattia(6,19), osservando il santo, noi possiamo cogliere lo stesso messaggio che lo ha  plasmato: il Gesù che assumo nell’Eucaristia deve emanare attraverso la mia persona, dal mio intimo, sia fisicamente che psichicamente questa misteriosa energia che, pur impercettibile ai sensi, riflette una sensibilità che si materializza: il mio essere-in-comunione sa dare al dolore le parole che esige.

Se la mia personalità e i miei stati d’animo la riflettono, la gente se ne accorge subito ed io incido sull’ambiente circostante non meno delle azioni. Contrariamente, se il mio è un ipocrita volto di facciata, solo la guarigione della durezza del cuore può farmi disponibile alla gratuità del dono di me stesso.  Gesù ha detto chiaramente cosa produce questa mia ipocrisia di sepolcro imbiancato: “è dal dentro, cioè dal cuore degli uomini, che escono le intenzioni di male: l’immoralità, i furti, gli omicidi, le infedeltà, le avidità, la cattiveria, la menzogna, la disonestà, l’invidia, il pettegolezzo, la presunzione, l’imbecillità” (Mc 7,21). E chi di noi non è  produttore d’imbecillità?

 

A contare non è il numero dei Centri

Carlo Maria Martini Cardinale -026 - CopiaSulla scia di Rahner si può  dire che il cristiano del futuro – Fatebenefratelli inclusi – o sarà un mistico o non sarà un cristiano. La sua tesi dà forza alla nostra: se la struttura non è “convento-ospedale”, ossia luogo dove la forza della ragione e il coraggio della fede sfociano nella contemplazione ad occhi aperti, quella dimensione contemplativa della vita che il neo arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini ha messo al primo posto del suo piano pastorale, allora l’ingranaggio s’inceppa.

Perché, se così non è, viene meno la missione del cristianesimo in sanità, una missione che non può essere esercitata solo scientificamente ma che è fatta anche di amicizia, emozioni, comprensione, incoraggiamento, promozione, elevazione: una missione di salvezza molto impegnativa. Se tutto ciò deve sussistere, è proprio in funzione di un obiettivo audace quale la condivisione delle infinite emozioni ferite, producendo emozioni che curano, e anelando a quelle che, nel dolore e nella follia, attendono di essere riconosciute.

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Ospedale FBF San Giuseppe MIlanoMa se questo afflato sinergico tra religiosi e laici si fa impercettibile, allora la struttura non è che una delle tante. In tal caso, non dovrebbe sorprendere l’eventuale sua esclusione dai Piani Regionali. Il caso che mi sembra emblematico è proprio l’Ospedale San Giuseppe di Milano.

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Sacrificato per necessità, in esso i subentrati continuano a fare ciò che si faceva e gli utenti, dopo qualche borbottamento iniziale, continuano a frequentarlo come prima. Tra coloro che non hanno messo l’ anima in pace, come se mi toccasse di persona, sono io e non so chi altro. Parlo per me: a Milano bisognava restare. O si dovrà tornare. Non per orgogliosi motivi nostalgici ma per almeno una ragione fondamentale: perché s’è lasciato un grande vuoto ideale nella città, dopo quattro secoli di presenza.

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L’Ospedale San Giuseppe c’è ancora e funziona più o meno bene, come sempre. Apparentemente è cambiata solo la  gestione e, pur essendo rimasta ogni cosa al suo posto, il Convento-Ospedale voluto da San Carlo non c’è più. Nel precedente articolo è stato largamente illustrato il senso di tale affermazione. Sono certo che il Borromeo darà ancora una mano per riparare la falla. Solo che si dovrà ricomparire sulla scena con uno spirito nuovo, magari per fare altro: caricarsi di alcuni gravi disagi della metropoli che la Chiesa avverte e che la “Casa della Carità”, voluta dal Card. Martini, affronta ogni giorno. Il nome per un luogo complementare già l’avrei: “Villa fiorita”, icona primaverile che rimanda alla Pasqua, spazio inteso come punto di riferimento per chi vuole ri-suscitare, ossia ri-farsi una vita, ri-nascere. Si può fare. Non so quando. Ma si farà, perché la città desolata lo implora!

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PsichiatriaSan Giovanni di Dio si è posto nell’ottica del Signore: “sanabat omnes”. Epperò, più che a fare i taumaturghi nel senso letterale, egli ci sollecita a ricavare degli spazi su fronti diversi, conformi alle nostre attitudini, ma che devono avere un denominatore comune: aprire varchi per scoprire Dio tra le fessure del territorio, farsi carico del disagio altrui, raccogliere i silenzi, leggere nel cuore, condividere “le emozioni ferite”.

E’ un ritornello, ma necessario, perché è l’aspetto ancora troppo velato del Mendicante di Granada che i Padri Capitolari sono chiamati a s-velare, in questo nostro tempo di grandi sforzi della psicologia e della psichiatria per risalire la china delle stagnazioni in cui sono finite, trascinandosi dietro legioni di sventurati sempre in bilico.

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Il Prof. Borgna è psichiatra, non poeta o letterato, ma vive anche di poesia e di letteratura che gli hanno permesso di collezionare un corposo album di ricordi e di “pagine terapeutiche”. In una di queste rimembranze che riporta nel libro menzionato, ci tratteggia la “comune vocazione“ di esploratori di orizzonti di senso. Commentando una poesia di Georg Trakl, ci spiega: 

La solitudine e il silenzio, il silenzio interiore, ci consentono di intravedere forme di vita altrimenti inclini a sfuggire nei deserti della noncuranza e della disattenzione; e, senza solitudine e senza silenzio interiore, come potremmo rinnovare in noi, nel nostro cuore e nella nostra immaginazione, la mirabile esperienza interiore descritta da Dante, nel Purgatorio, quando Beatrice invita il poeta ad avvicinarsi, e i suoi occhi riflettono in quelli di Dante abbagliandoli? Sulla scia di questa splendida immagine si muove il capitolo incentrato sulla fenomenologia degli occhi e degli sguardi. Sono gli occhi che ci rivelano l’essenza, altrimenti insondabile, di una persona; e, in essi, come dice Edith Stein, si vede anche il modo radicalmente personale con cui una persona sia buona, affettuosa, o invece gelida e indifferente. Gli occhi si fanno fonte di delirio, e si riflettono nei modi di essere delle allucinazioni; ma gli occhi si aprono anche alla visione mistica…” (pag.15).

Ecco perché fin dalle origini il convento è stato posto come un tutt’uno con l’ospedale: lo “spazio monastico” favorisce la solitudine e il silenzio interiore che consentono di intravedere…

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Mi sovviene in questo momento la figura del novantasettenne discepolo di Giovanni di Dio, Fra Patrizio, la “perfetta letizia” francescana. Settantuno anni di consacrazione religiosa, quasi tutti  trascorsi a condividere il disagio psichico giunto agli estremi. Quando l’ho conosciuto, nel suo reparto aveva più di cento presenze. Nel giorno del funerale, a Brescia (19 Agosto 2009), a riflettere su quella bara c’ero anch’io. Mai una carica. Solo l’incarico di addetto a quel “lazzaretto” che fu la psichiatria fino ad anni recenti.

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Chapeau! caro Patrizio, frate gioiosamente pneumatico, giullare canterino per Dio.

Bene. Quel pomeriggio – forse sono stato chiamato lì per questo –  toccando il suo scapolare, prima della sepoltura, ho prontamente ricevuto una grazia che provo a raccontare perché destinata non soltanto a me.

Uscito di chiesa, in un breve lasso di tempo, ho avuto modo di sperimentare la fenomenologia degli occhi e degli sguardi. Incontrando diverse persone, ho vissuto, forse non solo io, le une e le altre emozioni: le poche affettuose, le tante indifferenti, e quelle gelide che sono le più brucianti. Questa riflessione ha preso corpo da quell’amaro in bocca, pensando a quanti nelle strutture socio-sanitarie, non importa di chi, fanno questa esperienza.

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Se è vero che lo scrivere, come voleva Kafka, è una forma di preghiera, dopo essermi rivolto a Dio, vorrei suggerire al nostro Direttore, designato Vocale al Capitolo Generale Straordinario, di farsi portavoce di questo malessere che spopola. A togliere il senso all’umanizzazione, concetto che considero ormai sempre più stucchevole perché sfuggito di mano, è proprio questo “mal sottile” che andrebbe sorvegliato. Quando è stato lanciato il messaggio, non è stato supportato dalla spiritualità di comunione che, come s’è detto in altra parte, non è astrazione, ma vita fatta di ascolto, scambio e donazione reciproci: communicantes in Unum, grazie all’unico Spirito (cfr. Efesini 4,4-6). Purtroppo è andata per un altro verso. E adesso pesa.

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Non ho titoli per fare né il moralizzatore né il docente; solo occhi per vedere e una bruciante passione nel cuore. I miei anni giovanili sono stati forgiati da uomini come Paolo VI che pativa una grande e sofferta coscienza del distacco del Mondo dalla Chiesa. Ed il mio vescovo, il Cardinale Martini, mi ha insegnato che Dio entra nelle persone umane per renderle simili a Lui, ossia divinizzarle. Perciò, se nei momenti di oscurità non possiamo non addolorarci, dobbiamo ricordarcelo: Chiesa e Mondo dipendono anche da noi. Da qui la libertà di osare che mi prendo con la parola e lo scritto, superando il concetto  di convenienza. Il comunicare nella fede è l’antidoto  contro l’isolamento che produce chiusure ermetiche e distrugge a poco a poco. Molti hanno alle spalle una stagione euforica.

Negl’anni pregressi lo slogan dell’umanizzare ha fatto presa. A chi ne vanta la paternità o a coloro che se ne sono fatti portavoce, sarebbe ingiusto sottrarre il merito di aver risvegliato il mondo sanitario dal torpore e di aver anche messo in moto la macchina di tante ristrutturazioni che necessitavano. Per qualcuno ha significato soltanto una interessantissima opportunità di business. Pazienza!

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Ma sarebbe ingenuo nascondersi che, con tutte le buone intenzioni, il concetto, frainteso, ha contestualmente prodotto, in nome di fumogeni ideali, uno sciagurato fenomeno che mai avrebbe dovuto accadere: sottrarre i “fratelli ospedalieri” dal capezzale dei malati. E, se non sono lì, a contatto diretto delle “emozioni ferite”, in un ospedale cosa ci starebbero a fare? Tonino Bello vescovo: “evangelizzatori di pratiche”.

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L’ alternativa di volerli trasformare in improvvisati animatori e profeti, vocazione abbastanza incomprensibile ai più, – non sono io a dirlo – ha prodotto laceranti segrete ferite di frustrazione che sfuggono probabilmente a chi è gratificato dalla concretezza di  cariche istituzionali. Vorrei che la provocazione venisse raccolta in positivo: risvegliare l’orgoglio.

I laici hanno bisogno di vedere incarnata l’ identità originaria, non raccontata sui libri o sollecitata nelle omelie. Il futuro che è già cominciato, vorrebbe tornar a vedere i frati nelle corsie, non più solamente distributori di pastiglie o estensori di turni di servizio del personale, ma come infermieri laureati, medici, meglio ancora psicologi e psichiatri, oltre che sacerdoti…Uomini di Dio che, sull’esempio della guida che mi accompagna,  fanno tesoro anche della filosofia e della letteratura.

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Un corpus di consacrati, –  e mi auguro di “donne dello stesso abito”, com’era alle origini – donne e uomini specializzati nell’ascolto, organizzati per santificare e scientificare, come direbbe il Don Luigi Verzé del San Raffaele. Certo, anche con qualche esperto negli uffici, perché vigili sui conti e controlli i controllori, ossia i laici amministratori delegati. Messa così, la loro funzione porterebbe equilibrio all’ambiente affinché non prevarichi l’arrivismo dei non consacrati che, essendo maggioranza quasi assoluta nella nuova “Famiglia Ospedaliera” che va delineandosi, potrebbero mettersi l’uno contro l’altro. Fenomeno prevedibile, se non già in azione.

 

Il messaggio che proviene dalla scoperta di un San Giovanni di Dio, cui sta sì a cuore la struttura ma in funzione di un progetto terapeutico mirato, potrebbe cambiare la vita dell’intera comunità terapeutica, se non si vuole piegare la parabola del Samaritano alle esigenze funzionali del gruppo, del Centro, forzandone il senso a discrezione e convenienza.

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Mi rende perplesso sentir parlare di “Scuola di Ospitalità”, corsi di una settimana che si svolgono or qua or là in giro per il mondo. Leggo che sarebbe in elaborazione anche un libro di testo. Per quanto voluminoso, risulterà sempre un bigino del Bignami da sfogliare in metropolitana. Ben venga un sussidio. Ma non potrà mai esaurire questo lungo e complesso discorso che presume la frequentazione di quanti più possibile di una scuola di teologia per laici, ormai presente in tutte le Diocesi.

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La struttura FBF o si pone come “modello”,  in funzione di questo obiettivo di “condivisione delle infinite emozioni ferite, producendo emozioni che curano, e anelando a quelle che, nel dolore e nella follia, attendono di essere riconosciute”, o è una delle tante. Appare evidente allora che la forza non è nel numero dei Centri che si possiedono ma nella condivisa nuova concezione del fare “terapia, di coloro che non solo mettono in comune le scienze mediche ma frequentano anche lo “spazio monastico”, in un mirabile scambiano di emozioni. A cominciare dalla più grande di tutte: Gesù,  detto il Cristo.

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Ma la percezione delle “emozioni ferite”  potrebbe avvenire senza contatto tra pazienti e terapeuti? Mai più!  “Le emozioni che rinascono in chi cura, e quelle che rinascono in chi è curato, sono reciprocamente intrecciate in un dialogo senza fine che non può mai essere ignorato nella sua decisiva significazione terapeutica”. Se è così, o la “Nuova ospitalità” è questa o non vedo in cosa possa differenziarsi davvero dalle limitate e biasimate altrui esperienze. Sulle labbra di Giovanni di Dio stanno a proposito le parole dell’Apostolo: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1Cor 11,1).

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O lo siamo o ci riduciamo a un goffo scimmiottare, illusi che nessuno lo noti. Il messaggio per tutti, con o senza tonaca, ce lo manda Benedetto XVI: “In Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 5,6). Come a dire: non è l’abito che fa il monaco, né il titolo accademico che mi qualifica, ma l’arte di amare, ossia del vicendevole comunicare e recepire le emozioni dello Spirito. Altrimenti è narcisismo, amore che provo per la mia immagine. Un  baciarmi da solo nello specchio. Il massimo della frustrazione.

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Questa crisi senza precedenti, con i giochi di parole la si può solo mimetizzare, non risolvere. Certo, terapeuti non ci si può improvvisare. Preoccupante sarebbe il non avvertire almeno il bisogno di orientare gli sforzi per preparare un domani di persone all’altezza del carisma istituzionale. Ad accendere il fuoco è lo Spirito. Ad alimentarlo tocca a ciascuno con il sapere scientifico, la fede teologica e la frequentazione della città, pullulante di portatori di emozioni ferite. Se il mondo è cambiato, allora bisogna attrezzarsi per gestire, non per subire il cambiamento.

 

Angelo Nocent

Crocifisso-melograno

 

n. 03 – DARE AL DOLORE

LE PAROLE CHE ESIGE

 

Un passo indietro per avanzare da innamorati

Nell’anno del Signore 1538, una “folgorazione” è caduta sulla testa di un uomo di nome Giovanni mentre si trovava internato nel manicomio di Granata.

La “Storia della vita e sante opere di Giovanni Di Dio –  Prima biografia di S. Giovanni di Dio (di Francisco de Castro)” è il compendio della tradizione orale tramandataci dai contemporanei del Santo che hanno condiviso con lui l’operosità suscitata dallo Spirito e posta nelle sue mani perché la portasse a compimento .

I sociologi da tempo hanno messo in luce la forza e il carattere irripetibile di un movimento collettivo nel suo status nascendi.

Secondo Francesco Alberoni, i momenti del nascere delle religioni, della riforma protestante, della rivoluzione francese o bolscevica e della comparsa dell’Ordine dei Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, sono paragonabili al fenomeno dell’innamoramento. Abbondano I testi che lo provano.. Uno per tutti: ” Era tanta e tanto grande la carità, della quale nostro Signore aveva dotato il suo servo, ed erano così singolari le opere che da essa derivavano, che alcuni, giudicandolo con spirito vano, lo ritenevano per prodigo e dissipatore, non comprendendo che nostro Signore lo aveva messo nella cantina del vino ed ivi aveva stabilito in lui la sua carità1[33], e che egli si era in tal modo inebriato del suo amore, che non negava nessuna cosa che gli venisse chiesta per lui, fino a dare molte volte, quando non aveva altro, la povera roba di cui era vestito, e rimanere ignudo, essendo pietosissimo con tutti e molto austero e rigoroso con sé.” (Cap. 14)

Nel tentativo di spiegare questo fenomeno mi farò aiutare dallo psichiatra Prof. Eugenio Borgna, uomo che riesce a parlare per ore di Dio senza mai nominarlo. Esperto in “Emozioni ferite” (Feltrinelli, 2009), con la sua ultima fatica letteraria permette di leggere un Giovanni di Dio,  precursore come guaritore di emozioni ferite.

Nato per la gente dal cuore spezzato

Chi fa giardinaggio sa bene che vi sono  fiori che non si riproducono piantando il loro seme o un ramoscello della pianta, ma solo a partire dal bulbo che misteriosamente si ridesta e torna a germogliare in primavera.

Quando si parla di ri-fondazione io credo che anche l’ Ordine debba sforzarsi di ripartire dal bulbo, cioè la primitiva intuizione che Giovanni di Dio ebbe nel 1538: “«Gesù Cristo mi conceda il tempo e mi dia la grazia di avere io un ospedale, dove possa raccogliere i poveri abbandonati e privi della ragione, e servirli come desiderio io». E nostro Signore lo esaudì pienamente.” (Cap. 9)

 

Da questa lucida-mente sono nati i “conventi-ospedale” che si sono moltiplicati lungo i secoli sui cinque continenti. Quando si dice che ha del rivoluzionario l’aver inventato l’ospedale concepito come casa, luogo di accoglienza calorosa, letti singoli, bagni e pulizia, biancheria candida, pasti caldi, cure adeguate… preghiere, sacramenti…non si dice solo una verità storica ma si vuol sottolineare che queste erano cose notevoli e inconcepibili per l’epoca e geniale l’autore.

 

L’ “Ospedale” che vuole Giovanni di Dio non può essere mai disgiunto da “poveri abbandonati e privi di ragione”, pena tradirne l’ispirazione . Ciò che lui chiede a Gesù, il Signore della Vigna per il quale lavora, è uno spazio geografico. Ma solo per riuscire ad aprirsi un varco nella direzione del profondo dell’uomo che, proprio nella fase della malattia, solo con le sue inquietanti domande di senso, si sente come un povero abbandonato e privo di ragione. Quando pronuncia queste parole, il santo sta facendo l’esperienza del manicomio. Ha posato i suoi occhi nelle pupille dei suoi compagni di sventura. E’ in preda a grandi emozioni, le sue, e quelle condivise. E’ un miscuglio di “emozioni ferite”, di disperazione partecipata. Vuole impegnare le sue ventiquattro ore quotidiane per “servire” con viscere di misericordia, sull’esempio del suo Maestro. Perché lui è in azione anche quando dorme ed il “riposatevi un poco”  del Vangelo (Mc 6, 30-34) lo sperimenta nell’abbandono orante.

 

Un San Giovanni di Dio che dedica molto del suo tempo alla questua, potrebbe far pensare che la sua attenzione sia umanitaria, prevalentemente rivolta ai bisogni vitali di una persona: la mensa, un tetto, qualche medicina. In realtà quando gira non va solo per questuare ma per snidare il dolore nascosto: il suo ricevere è sempre accompagnato dal dare che gli garantisce nuove entrate. Un piccolo aneddoto, ricavabile da una sua lettera: “Dovete sapere che l’altro giorno, quando stavo a Cordova, andando per la città, ho trovato una casa nella più grande necessità, dove vi erano due ragazze che avevano il padre e la madre ammalati a letto e rattrappiti da dieci anni; li ho visti così poveri e così malconci, che mi spezzarono il cuore: seminudi, pieni di pidocchi, avevano come letto dei fasci di paglia; li soccorsi come potevo, perché andavo di fretta per trattare con il maestro Avila, ma non diedi loro come avrei voluto…”. (Prima Alla Duchessa di Sessa, 15).

E’riuscito a frantumare le resistenze e ad aprire un varco alla luce in quella tana di sepolti vivi.

Uno che ha fatto di tutto nella vita, dal pastore al militare, dallo spaccapietre al venditore di legna raccolta nei boschi, fino ad ambulante di libri ed immagini, quest’uomo da marciapiede per divina chiamata, è cuore che si commuove. Frequenta contrade, visita tuguri, entra nei postriboli, senza disdegnare i salotti e i palazzi principeschi perché ormai è uomo di Dio per gli uomini. E, se con essi, specie gli emarginati, condivide pane e dolore fisico e morale, verso i ricchi, non esenti da pene, ha sentimenti di riconoscenza sincera: “Sono molto obbligato a tutti i signori dell’Andalusia e della Castiglia, ma molto più al buon duca di Sessa e a tutte le sue proprietà: è molto, molto grande la carità che ho ricevuto dalla sua casa”. (idem 5).

La sua arma segreta è l’essere cristiano in comunione con il mondo, una comunione di destino. I suoi occhi sono buoni, privi di malizia. Perciò il suo sguardo è terapeutico e la sua bocca sa proferire parole capaci di curare ferite d’ogni genere, perfino l’egoismo dei ricchi o l’odio degli offesi. Il suo non è mai un contatto psichico ma un incontro. “Incontro” – dice il Borgna – inteso come un essere-insieme nelle diverse modalità consentite dal destino all’uno e all’altro” (p.32).

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Lavoro terapeutico dotato di senso

Giovanni di Dio è anticipatore di quei comportamenti timidamente assunti dalla psichiatria di matrice fenomenologica soltanto nel ‘900, quella che “si propone di avvicinare medico e paziente sulla base di un essere-nel-mondo comune a “sani” e a “malati” “ (p.32). La sua “non è vita contrassegnata dalla distrazione, dalla noncuranza, dalla indifferenza e soprattutto dalla incapacità ad immedesimarsi nella situazione psico(pato)logica e umana della persona che, stando male, chiede disperatamente aiuto: non di rado solo tacendo” (idem). Giovanni di Dio proprio durante l’ internato nel reparto psichiatrico dell’Ospedale Regio, dà prova a se stesso e agli altri di “come accostarsi emozionalmente ad un paziente divorato dai suoi fantasmi di angoscia e di persecutività, di colpa e di condanna”.

Egli possiede un curriculum assai modesto. Appare istintivo, intraprendente ma è  fortemente carismatico. Non ha studiato la medicina sui tomi ma ha sperimentato il dolore fisico e morale, sa tutto della vita è perciò ha dovuto essere medico di se stesso. Lo si direbbe terapeuta nato , perché è uomo che sa dare al dolore le parole che esige, come dice Shakespeare nel Macbeth [137]. Il prof. Borgna ci svela cosa accade  nel segreto di chi soffre: “Il dolore che non parla, a un cuore troppo affranto sussurra bensì l’ordine di schiantarsi”. Il dolore muto non scherza: stimola pensieri suicidi. Quella capacità di Giovanni di captare oltre il sentire comune, quel sesto senso che lo contraddistingue e mette stupore, è talento ma anche sintonia con il divino, un legame che gli allarga gli orizzonti e gli permette di vedere il mondo con gli occhi di Dio che per lui è “sopra tutte le cose del mondo”, parole che “sgorgano dal silenzio, o dalla chiacchiera indistinta e acquatica, le parole che i pazienti custodiscono, e imprigionano, nel loro cuore”. Questo – secondo il Borgna – è già un realizzare “un lavoro terapeutico dotato di senso”.

– “Le parole, che curano, sono tali quando si accompagnano alla voce, agli occhi, agli sguardi, che confermino le parole ascoltate.

– In ogni caso, anche le parole incrinate dall’ansia, e dall’incertezza, e che vorremmo   rimuovere, o almeno mascherare, in noi, sono più utili ai pazienti che non quelle ghiacciate e sottratte alle incrinature emozionali: al di là di ogni loro contenuto, e di ogni   loro intenzione” (pag. 31).

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Voce, occhi, sguardi, parole, emozioni… In un punto della biografia di S Giovanni di Dio si legge: “Con la sua voce lamentevole e la virtù che gli dava il Signore, sembrava che trapassasse l’animo di tutti. Ed insieme commuoveva molto il suo aspetto debole e affaticato, e l’austerità della sua vita…”. Ecco gli strumenti terapeutici che fanno emerge in lui quel di più che mi pare oggi ignorato. Quando Luca dice di Gesù che “tutti cercavano di toccarlo perché da Lui usciva una forza che guariva ogni genere di malattia”(6,19), osservando il santo, noi possiamo cogliere lo stesso messaggio che lo ha  plasmato: il Gesù che assumo nell’Eucaristia , dal momento che sono una cosa sola con Lui, deve emanare attraverso la mia persona, dal mio intimo, sia fisicamente che psichicamente questa misteriosa energia che, pur impercettibile ai sensi, riflette una sensibilità che si materializza: il mio essere-in-comunione sa dare al dolore le parole che esige. Se la mia personalità e i miei stati d’animo la riflettono, la gente se ne accorge subito ed io incido sull’ambiente circostante non meno delle azioni.

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Contrariamente, se il mio è  un ipocrita volto di facciata, solo la guarigione della durezza del cuore può farmi disponibile alla gratuità del dono di me stesso.  Gesù ha detto chiaramente cosa produce questa mia ipocrisia di sepolcro imbiancato: “è dal dentro, cioè dal cuore degli uomini, che escono le intenzioni di male” (Mc 7,21).

Ma perché dalla Comunità Terapeutica scatturisca questa ricchezza di acqua viva, bisogna che essa si metta in discussione. A tal proposito, varrebbe la pena di far tesoro di quanto ha suggerito il Padre Cantalamessa al Capitolo Generale dei Cappuccini:…

Qualcuno obietterà che queste sanno di fanatismo, qualche altro dirà che la gente non è preparata ad ascoltarci. Aveva ragione il Card. Suenens: “siamo noi che non siamo preparati a parlare”.  Proviamo a chiederci: San Paolo per chi ha scritto la Lettera ai Romani, il trattato più difficile di tutta la Rivelazone ? Forse per i teologi delle università di Roma, che ancora non c’erano, o piuttosto per i semplici cristiani, quasi tutti illetterati, che venivano dal paganesimo?

Se siamo tempio dello Spirito Santo, ognuno deve riempirlo con la Sua pienezza e annunziare “Colui che batezza in Spirito Santo e fuoco”. La fase due è scomparire: perché è Lui che deve crescere in chi ha ricevuto l’euanghelion, inteso non soltanto come Buona Notizia, ma nei significati che Paolo attribuisce al termine. Illuminante è il gesuita Ugo Vanni  che provo a sintetizzare:

(1) annuncio di Cristo morto e risorto “per” me;

(2) l’annuncio mi interpella raggiungendomi dove sono. L’annuncio del Cristo morto e risorto che  mi viene notificato mi mette in una situazione dalla quale  non posso fuggire ma pronunciarmi ;

(3) di fronte all’annuncio sono chiamato a decidere per il sì o per il no: se dico “sì”  mi  apro  al vangelo e questa apertura è la fede. Il sì della fede è come girare un interruttore per cui si dà spazio all’energia, si dà spazio al contenuto del vangelo (Cristo morto e risorto) che diventa contenuto agente nell’uomo.

(4) da questa accettazione dipende la mia situazione escatologica, l’oltre, la mia salvezza o la mia perdizione. Più che semplicemente l’“al di là” nella linea del tempo, Paolo sottolinea la situazione cdell’“al di più”, ossia l’ottimale per l’uomo. La prospettiva escatologica è qui la prospettiva positiva per cui l’uomo è visto in un coefficiente infinito, al massimo grado. Accettando il vangelo l’uomo diviene sozomenos, una persona “che si sta salvando”, in cui la salvezza comincia a realizzarsi. Questo uomo è sulla via della realizzazione ottimale, che Paolo chiama “salvezza”. Il rifiuto del vangelo porta, invece, alla perdizione, non come abisso infernale in cui l’uomo va a cadere, ma come vuoto assoluto che si realizza all’interno dell’uomo. L’uomo che si apre a Cristo si realizza, chi lo rifiuta si perde. La salvezza è così intesa come realizzazione piena e totale della persona, la perdizione come il vuoto ed il fallimento. Per Paolo l’inferno è l’uomo fallito, nel senso del progetto di Dio rimasto irrealizzato.

Così la morte e la resurrezione di Cristo sono dei fatti, ma che dimostrano una spinta transitiva in colui che ascolta. Non provocano tanto una compassione, quanto una “giustificazione”, una vita comunicata attraverso l’evento della Risurrezione: la morte di Cristo è offerta per togliere le lacunosità (il peccato) dell’uomo, la risurrezione di Cristo per trasferire il contesto attivo della sua vitalità all’uomo.

Infine, per Paolo il vangelo è Vangelo tou Tseou, “di Dio”, sottolineando così la trascendenza di questo annuncio. Ma Paolo, accogliendo il Vangelo di Dio, può anche affermare che è   “euanghelion mou“, ossia il “mio vangelo”. L’Apostolo non si limita ad accoglierlo, ma lo personalizza, lo fa “suo”.

Un’Equipe Terapeutica sintonizzata su quest’onda, indubbiamente possiede una marcia in più. Ma a una condizione: che faccia sua la consapevolezza di Paolo: ” Io mi trovo tra voi in uno stato di debolezza, di timore e di trepidazione; e il mio parlare come pure la mia predicazione, non si basa su persuasivi argomenti di sapienza. E’ la forza dello Spirito a convincervi. Così la vostra fede non è fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1Cor 2, 3-5).

 

Non conta il numero dei Centri

 

Sulla scia di Rahner si può  dire che il cristiano del futuro – Fatebenefratelli inclusi – o sarà un mistico o non sarà un cristiano. La sua tesi dà forza alla nostra: se la struttura non è “convento-ospedale”, allora l’ingranaggio s’inceppa. Deve essere un luogo dove la forza della ragione e il coraggio della fede sfociano nella contemplazione ad occhi aperti, quella dimensione contemplativa della vita che il neo arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini aveva messo al primo posto del suo piano pastorale.

 

Se così non è, viene meno la missione del cristianesimo in sanità, una missione che non può essere esercitata solo scientificamente ma che è fatta anche di amicizia, emozioni, comprensione, incoraggiamento, promozione, elevazione: una missione di salvezza molto impegnativa. Se tutto ciò deve sussistere, è proprio in funzione di un obiettivo audace quale la condivisione delle infinite emozioni ferite, producendo emozioni che curano, e anelando a quelle che, nel dolore e nella follia, attendono di essere riconosciute.

Quando la comunione di intenti tra religiosi e laici si fa impercettibile, allora la struttura non è che una delle tante. In tal caso, non dovrebbe sorprendere l’eventuale sua esclusione dai Piani Regionali. Il caso che mi sembra emblematico è proprio l’Ospedale San Giuseppe di Milano. Sacrificato per necessità, in esso i subentrati continuano a fare ciò che si faceva e gli utenti continuano a frequentarlo come prima. Personalmente ritengo che a Milano bisognava restare. O si dovrà tornare. Non per orgogliosi motivi nostalgici ma per almeno una ragione fondamentale: perché s’è lasciato un grande vuoto ideale nella città, dopo quattro secoli di presenza. L’Ospedale San Giuseppe c’è ancora e funziona più o meno bene, come sempre. Apparentemente è cambiata solo la  gestione e, pur essendo rimasta ogni cosa al suo posto, il Convento-Ospedale voluto da San Carlo non c’è più. Se  si vorrà ricomparire sulla scena bisognerà farlo con uno spirito nuovo: caricarsi di alcuni gravi disagi della metropoli che la Chiesa avverte e che la “Casa della Carità”, voluta dal Card. Martini, affronta ogni giorno. Il nome per un luogo complementare già l’avrei: “Villa fiorita”, icona primaverile che rimanda alla Pasqua, spazio inteso come punto di riferimento per chi vuole ri-nascere.

San Giovanni di Dio si è  posto nell’ottica del Signore: “sanabat omnes”. Egli ci sollecita a ricavare degli spazi su fronti diversi che devono avere un denominatore comune: aprire varchi per scoprire Dio tra le fessure del territorio, farsi carico del disagio altrui, raccogliere i silenzi, leggere nel cuore, condividere “Le emozioni ferite”.

Il Prof. Borgna vive anche di poesia e di letteratura che gli hanno permesso di collezionare un corposo album di “pagine terapeutiche. Commentando una poesia di Georg Trakl, ci spiega:  “La solitudine e il silenzio, il silenzio interiore, ci consentono di intravedere forme di vita altrimenti inclini a sfuggire nei deserti della noncuranza e della disattenzione; e, senza solitudine e senza silenzio interiore, come potremmo rinnovare in noi, nel nostro cuore e nella nostra immaginazione, la mirabile esperienza interiore descritta da Dante, nel Purgatorio, quando Beatrice invita il poeta ad avvicinarsi, e i suoi occhi riflettono in quelli di Dante abbagliandoli? …. Sono gli occhi che ci rivelano l’essenza, altrimenti insondabile, di una persona; ” (pag.15).

Ho avuto modo di ripensare alla figura del novantasettenne Fra Patrizio, la “perfetta letizia” francescana, Settantuno anni di consacrazione religiosa, quasi tutti  trascorsi a condividere il disagio psichico giunto agli estremi. Nel giorno del funerale, a Brescia (19 Agosto 2009), a riflettere su quella bara c’ero anch’io. Mai una carica. Solo l’incarico di addetto a quel “lazzaretto” che fu la psichiatria fino ad anni recenti. Patrizio,  giullare canterino per Dio. Quel pomeriggio in un breve lasso di tempo, ho avuto modo di sperimentare la fenomenologia degli occhi e degli sguardi. Incontrando diverse persone, ho vissuto le une e le altre emozioni: le poche affettuose, le tante indifferenti, e quelle gelide che sono le più brucianti. nelle strutture socio-sanitarie si fa questa esperienza.. A togliere il senso all’umanizzazione, è proprio questo “mal sottile” che andrebbe sorvegliato. Quando è stato lanciato il messaggio, non è stato supportato dalla spiritualità di comunione che, come s’è detto in altra parte, non è astrazione, ma vita fatta di ascolto, scambio e donazione reciproci: communicantes in Unum, grazie all’unico Spirito (cfr. Efesini 4,4-6).

I miei anni giovanili sono stati forgiati da uomini come Paolo VI che pativa una grande e sofferta coscienza del distacco del Mondo dalla Chiesa. Ed il mio vescovo, il Cardinale Martini, mi ha insegnato che Dio entra nelle persone umane per renderle simili a Lui, ossia divinizzarle. Chiesa e Mondo dipendono anche da noi. Da qui la libertà di osare , superando il concetto  di convenienza. Il comunicare nella fede è l’antidoto  contro l’isolamento che produce chiusure ermetiche e distrugge a poco a poco. Molti hanno alle spalle una stagione euforica.  Negl’anni pregressi lo slogan dell’umanizzare ha fatto presa. A chi ne vanta la paternità o a coloro che se ne sono fatti portavoce, sarebbe ingiusto sottrarre il merito di aver risvegliato il mondo sanitario dal torpore e di aver anche messo in moto la macchina di tante ristrutturazioni che necessitavano. Ma sarebbe ingenuo nascondersi che spesso si sono sottratti i “fratelli ospedalieri” dal capezzale dei malati.

L’ alternativa di volerli trasformare in improvvisati animatori e profeti, vocazione abbastanza incomprensibili ai più, – non sono io a dirlo – ha prodotto laceranti segrete ferite di frustrazione che sfuggono probabilmente a chi è gratificato dalla concretezza di  cariche istituzionali.

I laici hanno bisogno di vedere incarnata l’ identità originaria, non raccontata sui libri o sollecitata nelle omelie. Il futuro che è già cominciato, vorrebbe tornar a vedere i frati nelle corsie, non più solamente distributori di pastiglie o estensori di turni di servizio del personale, ma come infermieri laureati, medici, meglio ancora psicologi e psichiatri, oltre che sacerdoti…Uomini di Dio che, sull’esempio della guida che mi accompagna,  fanno tesoro anche della filosofia e della letteratura. Un corpus di consacrati, –  e mi auguro di “donne dello stesso abito”, com’era alle origini – donne e uomini specializzati nell’ascolto, organizzati per santificare e scientificare, come direbbe il Don Luigi Verzé del San Raffaele. Certo, anche con qualche esperto negli uffici, perché vigili sui conti e controlli i controllori, ossia i laici amministratori delegati. Messa così, la loro funzione porterebbe equilibrio all’ambiente affinché non prevarichi l’arrivismo dei non consacrati che, essendo maggioranza quasi assoluta nella nuova “Famiglia Ospedaliera” che va delineandosi, potrebbero mettersi l’uno contro l’altro.

La struttura FBF o si pone come “modello”,  in funzione di questo obiettivo di “condivisione delle infinite emozioni ferite, producendo emozioni che curano, e anelando a quelle che, nel dolore e nella follia, attendono di essere riconosciute”, oppure è solo una delle tante. Appare evidente allora che la forza non è nel numero dei Centri che si possiedono ma nella condivisa nuova concezione del fare “terapia, di coloro che non solo mettono in comune le scienze mediche ma frequentano anche lo “spazio monastico”, in un mirabile scambiano di emozioni. A cominciare dalla più grande di tutte: Gesù Cristo.

Ma la percezione delle “emozioni ferite”  potrebbe avvenire senza contatto tra pazienti e terapeuti? “Le emozioni che rinascono in chi cura, e quelle che rinascono in chi è curato, sono reciprocamente intrecciate in un dialogo senza fine che non può mai essere ignorato nella sua decisiva significazione terapeutica”. Questa deve essere la “Nuova ospitalità” . Sulle labbra di Giovanni di Dio stanno a proposito le parole dell’Apostolo: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1Cor 11,1). Non è l’abito che fa il monaco, né il titolo accademico che mi qualifica, ma l’arte di amare, ossia del vicendevole comunicare e recepire le emozioni dello Spirito.

 

Angelo Nocent

FRANCO LA SPINA

LO PSICHIATRA CHE SI E’ LICENZIATO

vienispiritosanto

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Un pensiero su “DARE AL DOLORE LE PAROLE CHE ESIGE – Angelo Nocent

  1. El precursor de San Juan de Dios ha sido capaz de
    dar y repetir la letra de cada dolor que requiere.

    ERASE UNA VEZ EL CONVENTO-HOSPITAL – 03

    Artículo L ‘que aparece aquí es el tercero de una serie. Los primeros dos han aparecido en la revista Fatebenefratelli.
    Esto, sin embargo, tal vez algunas notas sobre el personal, nunca se ha publicado. La verdadera razón por la que no me es desconocida, pero no es importante.
    Los principios rectores del nuevo blog SOUL Dolente que RI-nació en el día de Pentecostés de 2013 (19 de mayo) de alguna manera están resumidos aquí y, si Dios quiere, voy a tratar de obtener de ellas y desarrollarlas.
    Notas sobre el borde de Angelo Nocent

    n. 03 – DAR EL DOLOR DE LAS PALABRAS QUE REQUIERE

    Un paso atrás para poder avanzar al amor

    Tengo ante mis ojos la “La Isla de la Salud”, el bimensual de la Curia General y el Hospital “San Giovanni Calibita – Isola Tiberina, junio-julio de 2009.

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    Comités, subcomités, los viajes intercontinentales, reuniones, canales vía satélite, imágenes de resonancia magnética, SKY, e incluso Marzullo … ¡Qué maravilla!

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    Comparando los gráficos, fotos, títulos y contenidos de mi pobre investigación de una vieja historia que se ha transmitido durante siglos, me parece ser un hombre de las cavernas sobreviviente o el soldado japonés perdido en el bosque que aún no se había dado cuenta de la larga guerra de nuevo. Sin embargo, nada espectacular que la vivacidad que inflama los habitantes de la isla, es comparable a la maravilla que estoy tratando, mientras dándole vueltas al “shock” que, en el año del Señor de 1538 se está cayendo sobre la cabeza de un hombre llamado John, mientras que fue internado en el hospital mental en Granada, sin reflectores y cámaras apuntando.

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    La premisa es una excusa para hacer en la benevolencia antelación para aquellos lectores que tienen el coraje de saltar en este caso clínico que hizo historia y que podría abrir un nuevo capítulo. No excluyo que, leyendo, se da cuenta de que perder el tiempo con alguien que no se dio cuenta de que el mundo ha cambiado. Pero también podría suceder el milagro de Pentecostés, que se encuentra en la cabeza y en el corazón del moderno, dispersa pero comunicantes en Unum.

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    La “Historia de la vida santa y la obra de Juan de Dios – Primera biografía de San Juan de Dios (Francisco de Castro) “es el epítome de la tradición oral transmitida por sus contemporáneos del santo que compartió con él el Opus Dei, inspirado por el Espíritu y puesto en sus manos, para llevar a término en la Iglesia de su tiempo.

    Los sociólogos han destacado siempre la fuerza y ​​el carácter único de un movimiento colectivo en su nascendi estado. Hablando de los estados de efervescencia colectiva, Durkheim escribió: “El hombre tiene la impresión de estar dominado por fuerzas que no reconoce como propio, lo que le arrastra, que no domina … Se siente transportado a un mundo diferente de aquel en el que expresa su existencia privada. La vida aquí es no sólo intensa, sino también cualitativamente diferente “.

    Para Max Weber, el nacimiento de estos movimientos está relacionado con la aparición de un líder carismático que, rompiendo con la tradición, arrastra a sus seguidores en una aventura heroica y produce en aquellos que siguen la experiencia de un renacimiento interior, una metanoia, en el sentido entendido por St. Paul.

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    Dado que la perspectiva de estos autores es sociológico, incluso si no es capaz de explicar por sí misma los movimientos religiosos, sin embargo, ayuda a entender la dinámica. Según Francesco Alberoni, son los momentos posteriores al nacimiento de las religiones, de la Reforma protestante, la Revolución francesa o bolchevique. Y la aparición de la Orden de los Hermanos Hospitalarios de San Juan de Dios, podríamos añadir. Según él, hay una similitud innegable entre el surgimiento de estos movimientos y el fenómeno de la caída. It ‘s lo que pasó con Juan de Dios y sus seguidores: enamorarse. Ni más ni menos. Abundan los textos que prueban que se puede extrapolar a partir de la primera biografía,. Uno para todos:

    “Fue tan grande y tan grande es el amor con que nuestro Señor había dotado a su siervo, y eran tan único que obras derivadas de ella, que algunos, a juzgar compartimento con el espíritu, él cree que lujo y despilfarro, sin darse cuenta de que el Señor lo había puesto en la bodega y allí se había establecido en su carità1 [33], y que estaba tan intoxicado con el amor, que no niega nada de lo que se le pedía para, a renunciar muchas veces cuando no tenía nada más, las cosas mal que estaba vestida, y permanecer desnudo, ser misericordioso con todos y muy austero y estricto con él. “(Cap. 14)

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    Introduce la mente de cualquier persona, es imposible. Todo se complica si se trata, por otra parte, un amante-saint como Juan de Dios, pero algunos secretos que pueden robar observar sus gestos, su conversación, su escritura. En este intento voy a ayudar al psiquiatra Prof. Eugenio Borgna reconocido maestro, ahora también colaborador de la revista, el hombre que puede hablar durante horas sobre Dios sin nombrarlo. Experto en “Emociones heridas” (Feltrinelli, 2009), con su más reciente obra literaria le permite leer una novela de Juan de Dios a la que debemos prestar más atención si quiere que signifique algo para nosotros que recibimos de todo, desde la salud pública, en comparación con a continuación. Que la mayoría de nosotros estamos sólo faltan los curanderos de emociones heridas. En Juan de Dios podemos ver un precursor de lo que nos inspira.

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    Nacido para las personas con corazones rotos

    ¿Quién jardinería sabe que hay flores que no se reproducen plantando sus semillas o de una ramita de la planta, pero sólo de la bombilla que misteriosamente se despierta y vuelve a brotar en la primavera, ver tulipanes, lirios, lirios, gladiolos. Cuando se trata de re-fundación que creo que incluso el ‘orden debe esforzarse por asignar de la bombilla. Y me refiero a la bombilla de la intuición primitiva – o más bien la inspiración – que Juan de Dios fue en 1538 “,” Jesucristo, dame tiempo y dame la gracia que tengo un hospital donde pueda recoger a los abandonados pobres e indigentes de la razón, y servirles como yo deseo “. Y el Señor le respondió plenamente. “(Cap. 9)

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    De esta lúcida mente nacieron “conventos hospitalaria” que han multiplicado a lo largo de los siglos en los cinco continentes. Sólo que durante demasiado tiempo ha permanecido ligado al significado literal de la declaración, sin dar importancia al sentido figurado, metafóricamente. Cuando usted dice que el revolucionario de haber inventado el hospital concebido como un hogar, un lugar de cálida bienvenida, camas individuales, baños y limpieza, ropa de cama blanca, comidas calientes, el cuidado apropiado … oraciones, sacramentos … no te acaba de decir una verdad histórica pero queremos hacer hincapié en que se trataba de cosas notables y inconcebibles en la época y el genial autor. Pero en el contexto social cambió cuando ahora todo esto se da por sentado, afortunadamente, hoy en día esas palabras deben significar “sí”, incluso más revolucionaria, voy a tratar de poner de relieve. Si se entiende bien, nos daremos cuenta de que va mucho más allá del concepto de “humanización” que ha proliferado en los últimos años.

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    L ‘”Hospital” que quiere Juan de Dios nunca puede separarse de “pobre abandonado y sin razón,” vale la pena traicionar inspiración. ¿Qué le pide a Jesús, el Señor de la viña para el que trabaja, es un espacio geográfico. Pero para ser capaz de encontrar un hueco en la dirección del hombre profundamente que, apenas en la etapa de la enfermedad, a solas con sus preguntas inquietantes de significado, se siente como un pobre abandonado y desprovisto de razón.

    Cuando pronuncia estas palabras, el santo está haciendo la experiencia del asilo. Puso sus ojos en los ojos de sus compañeros de infortunio. E ‘en las garras de las emociones fuertes, la suya, y cualquier carpeta compartida. Lo ‘una mezcla de “heridas emocionales” de la filial de la desesperación. Kafka tuvo que están por nacer, pero los castillos de muchas soledades ya existía kafkiana. Él pide que las habitarán. Y se pregunta qué regalo “gracia”. Él quiere comprometer sus veinticuatro horas diarias de “servir” con entrañas de misericordia, siguiendo el ejemplo de su Maestro. Porque él está en la acción, incluso cuando duerme y el “resto de un tiempo” del Evangelio (Mc 6, 30-34) lo experimenta en el abandono de la oración.

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    A San Juan de Dios, que dedica gran parte de su tiempo a la recopilación, podría sugerir que su enfoque es humanitaria, dirigida principalmente a las necesidades vitales de una persona: la mesa, un techo, una medicina. De hecho, entre el interior y el exterior del hospital no distingue. No sólo cuando se da la va a pedir, sino para eliminar el dolor oculto: la recepción está siempre acompañado de garantías que le dan nuevos ingresos.

    Una pequeña anécdota, que puede obtenerse a partir de una de sus cartas: “Usted debe saber que el otro día, cuando yo estaba en Córdoba, yendo a la ciudad, me encontré con una casa en la necesidad más grande, donde había dos chicas que tuvieron el padre y la madre enferma en la cama y encogida diez años he visto tan pobre y tan maltratadas, que se rompió mi corazón: semidesnudo, lleno de piojos, al leer los haces de paja, que el alivio que pude, porque estaba en un apuro para hacer frente a Maestro Avila, pero yo les di como yo quería … “. (Antes de la Duquesa de Sessa, 15).

    Si él podía hacer lo que se siente inadecuado, nos parece notable: ha logrado aplastar la resistencia y abrir una puerta a la luz en esa guarida enterrado vivo, una transfusión de glóbulos rojos de la esperanza nell’asfittica realidad de cuatro personas gravemente anémica.

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    Aquel que ha hecho todo en la vida, desde el pastor a los militares por Stonebreaker el vendedor de la recolección de leña en el bosque, caminando hacia los libros y las imágenes, este hombre de la acera a la llamada divina, que es el corazón que se mueve.

    Asistió a los distritos, barrios visita, entra en los burdeles, sin olvidar los salones y palacios principescos porque ahora el hombre de Dios para los hombres. Y, si con ellos, especialmente los marginados, compartiendo el pan y el dolor físico y moral, a los ricos, no están exentos de las sanciones, tienen sentimientos sinceros de gratitud: “Estoy muy agradecido a todos los señores de Andalucía y Castilla, pero muy más para el buen duque de Sessa y todas sus propiedades: es muy, muy grande caridad que he recibido de su casa “. (Ídem 5).

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    Su arma secreta es ser cristiano en comunión con el mundo, un destino común. Sus ojos son buenos, carente de malicia. Por lo tanto, su mirada es terapéutico y los gustos de su boca como pronunciar palabras capaces de curar las heridas de todo tipo, incluso el egoísmo de los ricos o el odio de los heridos. Su nunca es un contacto psíquico, sino un encuentro. “Encuentro” – dice el Borgna – entendida como un estar-juntos de diferentes maneras permitidas por suerte una y la otra “(p.32).

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    El trabajo terapéutico con un sentido de

    Juan de Dios al tratar con la gente está anticipando aquellas conductas asumidas provisionalmente por la matriz de la psiquiatría fenomenológica sólo en 900, el que “tiene como objetivo reunir a médicos y pacientes sobre la base de un mundo ser-en-común de” saludable “y “enfermo” “(p.32).

    Su “vida no está marcada por la distracción de la negligencia, la indiferencia y, sobre todo, por la imposibilidad de identificar con la psico situación (pato) lógicos y de la persona humana, que, siendo malos, gritó pidiendo ayuda: a menudo sólo el silencio” (idem) .

    Juan de Dios estaba en el “internado en el pabellón psiquiátrico del Hospital Regio, prueba a sí mismo ya otros a” cómo acercarse emocionalmente a un paciente devorado por sus fantasmas y la ansiedad persecutoria, culpa y condenación. ”

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    Él tiene un plan de estudios muy modesto. Parece intuitivo, ingenioso, pero es muy carismático. Ha realizado estudios de los tomos acerca de la medicina, pero ha experimentado el dolor físico y moral, que lo sabe todo acerca de la vida es, por lo tanto, tenía que ser el propio médico. Parece terapeuta nacido que debe darse al menos un doctorado honoris causa, porque es el hombre que, en un determinado momento, puede dar dolor a las palabras que exige, como dice Shakespeare en Macbeth [137]. El prof. Borgna quien lo mencionó, revela lo que pasa en el secreto de los que sufren: “El dolor que no habla de un corazón susurra muy rotas, pero el orden de estrellarse.” ¿Entiendes? El dolor en silencio no es una broma: estimula los pensamientos suicidas.

    La capacidad de John para recoger el sentir común, ese sexto sentido que le distingue y pone maravilla, tiene talento, sino también la armonía con lo divino, una relación que amplía los horizontes y le permite ver el mundo con los ojos de Dios porque él es “por encima de todas las cosas en el mundo.”

    Aquí se revela el secreto de su arte que hace dar la partería nacimiento, es decir, “que brota del silencio o la charla confusa y acuáticos, las palabras que los pacientes de guardia, y encarcelarlos en sus corazones.” Esto – según la Borgna – ya es un lograr un “trabajo terapéutico con el significado.”

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    Invitación a tomar la primera biografía y las cartas para tratar de leerlos con esta atención especial. No va a ser difícil de vislumbrar y reconocer en los estados que pedir prestado a mi guía:

    – “Las palabras que me importa, son las que van acompañadas de la voz, los ojos, los ojos, lo que confirma las palabras escuchadas.
    – Las palabras que me importa, no pueden ser animados por las emociones que están en nosotros, pero, por supuesto, no todas las palabras terapéuticas leemozioni nos inspiran.
    – En cualquier caso, incluso las palabras rotas ansiedad y la incertidumbre, y nos gustaría eliminar, o al menos disfrazada, ya no son útiles para los pacientes que no helada y se escaparon de las grietas emocionales: más allá de cualquier su contenido y de la intención “(p. 31).
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    Voz, los ojos, las miradas, palabras, emociones … En un momento de la biografía se lee: “Con su voz quejumbrosa de las virtudes que el Señor le dio, parecía que trapassasse los sentimientos de todos. Y juntos muy conmovido por su aspecto débil y cansado, y la austeridad de su vida … “.

    Estas son las herramientas terapéuticas que están surgiendo en él, más me parece que hoy ignorada. Cuando Lucas dice de Jesús que “todo trató de tocarle, porque poder salía de él y sanaba toda enfermedad” (6,19), la observación de los santos, podemos tomar el mismo mensaje que le ha dado forma: el Jesús que asumo en ‘Eucaristía debe emanar a través de mí, de mi corazón, tanto física como psíquicamente esta misteriosa energía que, aunque imperceptible a los sentidos, refleja una sensibilidad que se materializa: mi ser-en-comunión puede dar dolor a las palabras que exige.

    Si mi personalidad y mi estado de ánimo lo reflejan, la gente no se dará cuenta de inmediato y yo grabar en el entorno no menos de las acciones. Por el contrario, si la cara es una fachada hipócrita, sólo la curación de la dureza del corazón puede hacerme a disposición de la gratuidad del don de mí mismo. Jesús dijo claramente lo que hace que este mi hipocresía de sepulcro blanqueado “es desde el interior del corazón de los hombres, salen las intenciones malas: adulterio, el robo, el asesinato, la infidelidad, la avaricia, la maldad, la mentira, la deshonestidad, la envidia, los chismes, la presunción, la imbecilidad “(Mc 07:21). ¿Y quién de nosotros no es un productor de la imbecilidad?

    Lo que cuenta no es el número de centros

    A raíz de Rahner se puede decir que el cristiano del futuro – incluyendo Fatebenefratelli – ser un místico o no será cristiano. Su tesis da fuerza en nuestro: si la estructura no es “convento-hospital”, es decir, el lugar donde la fuerza de la razón y el valor del flujo de la fe a contemplar con los ojos abiertos, la dimensión contemplativa de la vida que el nuevo arzobispo de Milán, Carlo Maria Martini ha puesto a la vanguardia de su plan pastoral, a continuación, los atascos de engranajes.

    Porque si no, no es la misión del cristianismo en Salud, una misión que no puede ser ejercida sólo científicamente, sino que también se hizo de la amistad, las emociones, la comprensión, estímulo, promoción, altitud: una misión de salvación muy difícil. Si todo lo que tiene que existir, es sólo una función de una meta audaz que el intercambio de emociones sin fin de heridas, que producen emociones que tratan, y el anhelo de aquellos que, en el dolor y la locura, a la espera de ser reconocidos.

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    Pero si esta sinergia inspiración entre religiosos y laicos se hace imperceptible, la estructura no es más que uno de muchos. En este caso, no debería sorprendernos su exclusión de los planes regionales. El caso me parece que es el emblemático hospital de Milán San Giuseppe.

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    Sacrificado por necesidad, se hizo cargo de la continuaremos haciendo lo que has hecho y los usuarios, después de algún borbottamento inicial, continúa acosando a mí como antes. Entre los que no puso el “alma en paz, como si quisiera tocar en persona, estoy y no sé quién más. Puedo hablar por mí mismo: tienes que estar en Milán. Ya sea que usted tendrá que regresar. No orgullosos por razones nostálgicas, sino por lo menos una razón fundamental: porque él ha dejado un gran vacío en la ciudad ideal, después de cuatro siglos de presencia.

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    Hospital y no de San José está todavía funcionan más o menos bien, como siempre. Al parecer, sólo la dirección ha cambiado y, a pesar de ser dejado todo en su lugar, el Convento-Hospital de San Carlo querido se ha ido. En el artículo anterior se explica en gran medida la importancia de la declaración. Estoy seguro que el Borromeo todavía dará una mano para reparar la fuga. Sólo tendrás que volver a aparecer en la escena con un nuevo espíritu, tal vez para hacer algo más acusado de algún inconveniente grave que la Iglesia es consciente de la metrópoli y la “Casa de la Caridad”, encargado por el cardenal Martini, se enfrenta todos los días. El nombre de un lugar que ya he completado: “Villa florido” icono de la primavera que lleva a la Pascua, el espacio se entiende como un punto de referencia para aquellos que quieren volver a despertar, o volver a tener una vida, volver a nacer. Se puede hacer. No sé cuándo. Pero lo harás, porque la ciudad desolada le ruega!

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    San Juan de Dios se ha fijado el objetivo del Señor: “omnes sanabat.” Epper, en lugar de hacer los milagros en el sentido literal, nos insta a obtener los espacios en diferentes frentes, en el cumplimiento de nuestras actitudes, pero deben tener un denominador común: puertas abiertas para descubrir a Dios a través de las grietas del territorio, para hacerse cargo de el malestar de los demás, recoger los silencios, leer el corazón, comparte “las emociones heridas.”

    Lo ‘un coro, pero necesaria, porque todavía es demasiado vaga apariencia del mendigo de Granada que los padres capitulares están llamados a s-velo, en esta época de grandes esfuerzos de la psicología y la psiquiatría para volver a la parte superior del estancamiento que son finitos, arrastrando legiones de desgraciado siempre flotando.

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    Prof. Borgna es un psiquiatra, no un poeta o erudito, sino que también vive en la poesía y la literatura que le han permitido recoger un álbum con cuerpo de recuerdos y de “páginas terapéuticas.” En uno de esos recuerdos que los informes mencionados en el libro, que describe la “vocación común” de los horizontes exploradores. Al comentar sobre un poema de Georg Trakl, explica:

    “La soledad y el silencio, el silencio interior, que nos permite vislumbrar la vida constituye otra forma propenso a escapar en los desiertos de descuido y falta de atención, y sin que la soledad y el silencio interior y sin, ¿cómo podemos renovar en nosotros, en nuestro corazón y en la imaginación, la experiencia interior maravillosa descrito por Dante en el Purgatorio, cuando Beatrice invita al poeta a acercarse, y sus ojos reflejan los de Dante cegándolos? A raíz de esta hermosa imagen se desplaza al capítulo se centra en la fenomenología de los ojos y miradas. Son los ojos que revelan la esencia, de lo contrario insondables, una persona, y, en ellos, como dice Edith Stein, también puede ver cuán radicalmente personal con una persona que es amable, gentil, o más bien fría e indiferente. Los ojos son la fuente de delirio, y se reflejan en las formas de ser una alucinación, sino que también le abrirá los ojos a la visión mística … “(p.15).

    Es por eso que desde el principio se colocó en el monasterio con el hospital en su conjunto: el “espacio monástico” favorece la soledad y el silencio interior que le permiten echar un vistazo …

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    Recuerdo en este momento la figura del discípulo novantasettenne de Juan de Dios, el hermano Patrick, la “perfecta alegría” franciscano. Setenta años de consagración religiosa, casi todos ellos pasan a compartir los problemas de salud mental llegado a extremos. Cuando lo conocí, en su departamento tenía más de un centenar de apariciones. En el día del funeral, en Brescia (19 de agosto de 2009), para reflexionar sobre el ataúd que estaba allí. Nunca un cargo. Sólo la posición de secretario para el “hospital” que la psiquiatría era hasta hace pocos años.

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    Chapeau! Querido Patrick, hermano alegremente neumáticos canto trovador de Dios

    Bueno. Esa tarde – tal vez me llamaron allí para esto – tocando su escapulario, antes del entierro, recibí rápidamente una gracia que trato de decir, ya que está destinado no sólo a mí.

    Fuera de la iglesia, en un corto período de tiempo, me dieron a conocer la fenomenología de los ojos y miradas. El encuentro con varias personas, he vivido, tal vez no sólo yo, la una y las otras emociones: los pocos cariñosa, muchos indiferentes, y los que son el resfriado más abrasador. Esta reflexión se concretó a partir de ese amargo en la boca, pensando en cuántos de los organismos sociales y de salud, no importa quién, hacen de esta experiencia.

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    Si bien es cierto que la escritura, como quería Kafka, es una forma de oración, cuando me volví a Dios, me permito sugerir a nuestro Director de Voz designado para el Capítulo General Extraordinario, para contar la historia de este malestar que despoblada. Para eliminar el concepto de humanización sentido que considero cada vez más empalagosa, ya que fue de las manos, es precisamente este “mal finas” que deben ser controlados. Cuando se lanzó el mensaje, no recibió el apoyo de la espiritualidad de comunión, que, como se ha dicho en otra parte, no es la abstracción, pero la vida de la escucha, el intercambio mutuo y la donación: comunicantes en Unum, gracias al mismo Espíritu (Efesios 4:4-6). Por desgracia, fue por otro camino. Y ahora pesa.

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    No tiene las credenciales que hacer ni moralizante ni el maestro, sólo ojos para ver y una pasión ardiendo en mi corazón. Mis primeros años fueron forjados por hombres como Pablo VI, que sufrió una gran y dolorosa conciencia de la separación de la Iglesia Mundial. Y mi obispo, el cardenal Martini, me ha enseñado que Dios entra en los seres humanos para que sean como él, que divinizzarle. Por lo tanto, si en tiempos de oscuridad no podemos llorar, tenemos que recordarnos a nosotros mismos: la Iglesia y el mundo también depende de nosotros. A partir de aquí la libertad de atreverse que tomo con el habla y la escritura, más allá del concepto de conveniencia. La conversación en la fe es el antídoto contra el aislamiento que produce los sellos y destruye gradualmente. Muchos miran de nuevo en una temporada eufórico.

    Ha establecido Negl’anni lema anterior de humanizar. ¿A quién se jacta de paternidad o los que los utilizó como portavoz, sería injusto restar el mérito de haber despertado del letargo y el mundo del cuidado de la salud también han puesto en marcha la maquinaria de tantos que necesita reformas. Para algunos, eso significaba sólo muy interesantes oportunidades de negocio. Paciencia!

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    Pero sería ingenuo ignorar el hecho de que, con todas las buenas intenciones, el concepto, mal entendido, tienen el mismo producto, en nombre de los ideales de humo, un fenómeno lamentable que nunca debería haber sucedido: Reste el “hospital hermanos” de la cabecera del enfermo. Y, si no están en contacto directo de las “heridas emocionales” en un hospital de lo que estarían haciendo? Tonino Bello Obispo: “evangelizadores de la práctica”.

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    La “alternativa a querer convertirse en líderes improvisados ​​y profetas, llamando bastante incomprensible para la mayoría – no soy yo quien lo dice – ha producido heridas lacerantes secretos de frustración que escapan a los que probablemente se congratula por las realidades de cargos institucionales. Me gustaría que la provocación se recogieron en positivo despertar orgullo.

    Los laicos tienen que ver encarnó la ‘identidad original, no se dice en los libros o solicitado en las homilías. El futuro que ya ha comenzado, le gustaría ver Tornar a los frailes en los pasillos, ya no sólo los distribuidores de pastillas o extensores listas de personal, sino como enfermeros graduados, médicos, mejor aún psicólogos y psiquiatras, así como sacerdotes … Hombres Dios, que, siguiendo el ejemplo de la guía que me acompaña, tesoro también de la filosofía y la literatura.

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    Un corpus de las personas consagradas – y espero que para “las mujeres del mismo palo”, ya que estaba en el origen – mujeres y hombres expertos en audición, organizados para santificar y scientificare, al igual que el Don Luigi Verzé el San Raffaele. Por supuesto, incluso con algún experto en la oficina, ya que los controles vigilantes sobre las cuentas y los auditores, que los consejeros delegados laicos. Mass así, su función sería equilibrar el ambiente que no prevalezca sobre el arrivismo de desconsagrada que, siendo mayoría casi absoluta en el nuevo “Hospital de Familia” que está surgiendo, podría poner unos contra otros. Fenómeno predecible, si no está ya en acción.

    El mensaje que viene del descubrimiento de un San Juan de Dios, cuyo corazón es sí a la estructura, sino en términos de un objetivo terapéutico, se podría cambiar la vida de toda la comunidad terapéutica, si usted no quiere doblar la parábola del Buen Samaritano a las necesidades grupo funcional, el Centro, forzando el sentido de la discreción y conveniencia.

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    Me hace perplejo al oír hablar de “Escuela de Hostelería” cursos de una semana de duración que tienen lugar aquí y allá en todo el mundo. He leído que sería en el procesamiento de un libro de texto. Como voluminosa, siempre será un trucos de Bignami para navegar por el metro. Ben es un subsidio. Pero nunca puede quedarse sin este discurso largo y complejo que supone la asistencia de la mayor cantidad posible de una escuela de teología para laicos, ahora presentes en todas las diócesis.

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    La FBF o la propia estructura como un “modelo”, de acuerdo con este objetivo de “compartir emociones interminables heridas, que producen emociones que tratan, y el anhelo de aquellos que, en el dolor y la locura, a la espera de ser reconocido”, o es un de muchos. Es claro entonces que la fuerza no está en el número de centros que han compartido, pero en el nuevo concepto de hacer “la terapia, a los que no sólo poner en común las ciencias médicas, sino también asistir al” espacio monacal “, en un extraordinario intercambio de emociones. Empezando por el más grande de todos: Jesús, llamado Cristo.

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    Pero la percepción de “heridas emocionales” puede ocurrir sin contacto entre los pacientes y los terapeutas? Nunca más! “Las emociones que renacen en los que se preocupan, y aquellos que nacen de nuevo en que es atendido, están mutuamente entrelazados en un diálogo sin fin que no puede ser ignorado en su terapéutica importancia decisiva.” Si es así, o el “Nuevo hospitalidad” es esto o yo no veo lo que realmente puede diferenciarse de los limitados y culpó a las experiencias de los demás. En los labios de Juan de Dios están sobre las palabras del Apóstol: “Sed imitadores míos, como yo lo soy de Cristo” (1 Corintios 11:01).

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    Tanto usted como nos reducimos a un mono torpe, engañado que nadie lo note. El mensaje para todos, con o sin sotana, le envía a Benedicto XVI: “En Cristo Jesús ni la circuncisión ni la incircuncisión por cuenta, sino la fe que actúa por la caridad” (Gal 5:06). Como si dijera: no es la ropa que hacen que el Mónaco o el grado académico que me califica, pero el arte de amar, es decir, la comunicación mutua y reconocer las emociones del Espíritu. De lo contrario, es el narcisismo, el amor que siento por mi imagen. Un beso a solas en el espejo. La frustración final.

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    Esta crisis sin precedentes, con el juego de palabras, que sólo estaba de camuflaje, no resuelve. Por supuesto, los terapeutas no podemos improvisar. Preocuparse no sentiría la menor necesidad de dirigir los esfuerzos para prepararse para un futuro de las personas a la altura del carisma institucional. Porque fuego es el Espíritu. Para alimentar le toca a cada uno con el conocimiento científico, la fe teologal y la familiaridad con la ciudad, repleto de portadores de emociones heridas. Si el mundo ha cambiado, entonces debe dotarse de manejar, no someterse al cambio.

    Angelo Nocent

    n. 03 – DAR EL DOLOR

    PALABRAS QUE REQUIERE

    Un paso atrás para poder avanzar al amor

    En el año del Señor de 1538 un “shock” se está cayendo sobre la cabeza de un hombre llamado John mientras estaba internado en el hospital mental en Granada.

    La “Historia de la vida santa y la obra de Juan de Dios – Primera biografía de San Juan de Dios (Francisco de Castro) “es el epítome de la tradición oral transmitida por sus contemporáneos del santo que compartió con él el trabajo inspirado por el Espíritu y puesto en sus manos, para llevar a término.

    Los sociólogos han destacado siempre la fuerza y ​​el carácter único de un movimiento colectivo en su nascendi estado.

    Según Francesco Alberoni, los momentos posteriores al nacimiento de las religiones, de la Reforma protestante, la Revolución francesa y la bolchevique o la aparición de la Orden de los Hermanos Hospitalarios de San Juan de Dios, son comparables con el fenómeno de la caída. Los textos abundan para probarlo .. Uno para todos: “Fue tan grande y tan grande es el amor con que nuestro Señor había dotado a su siervo, y eran tan único que obras derivadas de ella, que algunos, a juzgar compartimento con el espíritu, él cree que lujo y derroche, no darse cuenta de que el Señor le había puesto en la bodega y allí se había establecido en su carità1 [33], y que era por tanto intoxicado con el amor, que no niega nada de lo que se le pedía hasta dar muchas veces cuando no tenía nada más, las cosas mal que estaba vestido, y permanecer desnudo, ser misericordioso con todos y muy austero y estricto con él. “(Cap. 14)

    En un intento de explicar este fenómeno voy a ayudar al psiquiatra Prof. Eugenio Borgna hombre que puede hablar durante horas acerca de Dios sin nombrarlo. Experto en “Emociones heridas” (Feltrinelli, 2009), con su último esfuerzo literario para recuperar un Juan de Dios, el precursor como sanador de heridas emociones.

    Nacido para las personas con corazones rotos

    ¿Quién jardinería sabe que hay flores que no se reproducen plantando sus semillas o de una ramita de la planta, pero sólo de la bombilla que misteriosamente se despierta y vuelve a brotar en la primavera.

    Cuando se trata de re-fundación que creo que incluso el ‘orden debe esforzarse por asignar de la bombilla, es decir, la intuición primitiva de Dios que Juan tenía en 1538 “,” Jesucristo, dame tiempo y dame la gracia que tengo una hospital donde puedo recoger los abandonados pobres e indigentes de la razón, y servirles como yo deseo “. Y el Señor le respondió plenamente. “(Cap. 9)

    De esta lúcida mente nacieron “conventos hospitalaria” que han multiplicado a lo largo de los siglos en los cinco continentes. Cuando usted dice que el revolucionario de haber inventado el hospital concebido como un hogar, un lugar de cálida bienvenida, camas individuales, baños y limpieza, ropa de cama blanca, comidas calientes, el cuidado apropiado … oraciones, sacramentos … no te acaba de decir una verdad histórica pero queremos hacer hincapié en que se trataba de cosas notables y inconcebibles en la época y el genial autor.

    L ‘”Hospital” que quiere Juan de Dios nunca puede separarse de “pobre abandonado y sin razón,” vale la pena traicionar inspiración. ¿Qué le pide a Jesús, el Señor de la viña para el que trabaja, es un espacio geográfico. Pero para ser capaz de encontrar un hueco en la dirección del hombre profundamente que, apenas en la etapa de la enfermedad, a solas con sus preguntas inquietantes de significado, se siente como un pobre abandonado y desprovisto de razón. Cuando pronuncia estas palabras, el santo está haciendo la experiencia del asilo. Puso sus ojos en los ojos de sus compañeros de infortunio. E ‘en las garras de las emociones fuertes, la suya, y cualquier carpeta compartida. Lo ‘una mezcla de “heridas emocionales” de la filial de la desesperación. Él quiere comprometer sus veinticuatro horas diarias de “servir” con entrañas de misericordia, siguiendo el ejemplo de su Maestro. Porque él está en la acción, incluso cuando duerme y el “resto de un tiempo” del Evangelio (Mc 6, 30-34) lo experimenta en el abandono de la oración.

    A San Juan de Dios, que dedica gran parte de su tiempo a la recopilación, podría sugerir que su enfoque es humanitaria, dirigida principalmente a las necesidades vitales de una persona: la mesa, un techo, una medicina. De hecho, cuando se convierte no sólo va a pedir, pero para eliminar el dolor oculto: la recepción está siempre acompañado de garantías que le dan nuevos ingresos. Una pequeña anécdota, que puede obtenerse a partir de una de sus cartas: “Usted debe saber que el otro día, cuando yo estaba en Córdoba, yendo a la ciudad, me encontré con una casa en la necesidad más grande, donde había dos chicas que tuvieron el padre y la madre enferma en la cama y encogida diez años he visto tan pobre y tan maltratadas, que se rompió mi corazón: semidesnudo, lleno de piojos, al leer los haces de paja, que el alivio que pude, porque estaba en un apuro para hacer frente a Maestro Avila, pero yo les di como yo quería … “. (Antes de la Duquesa de Sessa, 15).

    E’riuscito para aplastar la resistencia y abrir una puerta a la luz en esa guarida enterrado vivo.

    Aquel que ha hecho todo en la vida, desde el pastor a los militares por Stonebreaker el vendedor de la recolección de leña en el bosque, caminando hacia los libros y las imágenes, este hombre de la acera a la llamada divina, que es el corazón que se mueve. Asistió a los distritos, barrios visita, entra en los burdeles, sin olvidar los salones y palacios principescos porque ahora el hombre de Dios para los hombres. Y, si con ellos, especialmente los marginados, compartiendo el pan y el dolor físico y moral, a los ricos, no están exentos de las sanciones, tienen sentimientos sinceros de gratitud: “Estoy muy agradecido a todos los señores de Andalucía y Castilla, pero muy más para el buen duque de Sessa y todas sus propiedades: es muy, muy grande caridad que he recibido de su casa “. (Ídem 5).

    Su arma secreta es ser cristiano en comunión con el mundo, un destino común. Sus ojos son buenos, carente de malicia. Por lo tanto, su mirada es terapéutico y los gustos de su boca como pronunciar palabras capaces de curar las heridas de todo tipo, incluso el egoísmo de los ricos o el odio de los heridos. Su nunca es un contacto psíquico, sino un encuentro. “Encuentro” – dice el Borgna – entendida como un estar-juntos de diferentes maneras permitidas por suerte una y la otra “(p.32).

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    El trabajo terapéutico con un sentido de

    Juan de Dios es el precursor de esos comportamientos tentativamente asumidos por la matriz de la psiquiatría fenomenológica sólo en 900, el que “tiene como objetivo reunir a médicos y pacientes sobre la base de un mundo ser-en-común” sano “y” enfermo “” ( p.32). Su “vida no está marcada por la distracción de la negligencia, la indiferencia y, sobre todo, por la imposibilidad de identificar con la psico situación (pato) lógicos y de la persona humana, que, siendo malos, gritó pidiendo ayuda: a menudo sólo el silencio” (idem) . Juan de Dios estaba en el “internado en el pabellón psiquiátrico del Hospital Regio, prueba a sí mismo ya otros a” cómo acercarse emocionalmente a un paciente devorado por sus fantasmas y la ansiedad persecutoria, culpa y condenación. ”

    Él tiene un plan de estudios muy modesto. Parece intuitivo, ingenioso, pero es muy carismático. Ha realizado estudios de los tomos acerca de la medicina, pero ha experimentado el dolor físico y moral, que lo sabe todo acerca de la vida es, por lo tanto, tenía que ser el propio médico. Parece terapeuta nacido, ¿por qué es un hombre que sabe cómo dar palabras para el dolor que requiere, como dice Shakespeare en Macbeth [137]. El prof. Borgna revela lo que pasa en el secreto de los que sufren: “El dolor que no habla de un corazón susurra muy rotas, pero el orden de estrellarse.” El dolor en silencio no es una broma: estimula los pensamientos suicidas. La capacidad de John para recoger el sentir común, ese sexto sentido que le distingue y pone maravilla, tiene talento, sino también la armonía con lo divino, una relación que amplía los horizontes y le permite ver el mundo con los ojos de Dios porque él es “sobre todas las cosas en el mundo,” palabras que “el flujo desde el silencio o la charla confusa y acuáticos, las palabras que los pacientes de guardia, y encarcelados en sus corazones.” Esto – según la Borgna – ya es un lograr un “trabajo terapéutico con el significado.”

    – “Las palabras que me importa, son las que van acompañadas de la voz, los ojos, los ojos, lo que confirma las palabras escuchadas.

    – En cualquier caso, incluso las palabras rotas ansiedad y la incertidumbre, y nos gustaría eliminar, o al menos disfrazada, ya no son útiles para los pacientes que no helada y se escaparon de las grietas emocionales: más allá de cualquier su contenido y de la intención “(p. 31).

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    Voz, los ojos, las miradas, palabras, emociones … En un momento de la biografía de San Juan de Dios dice: “Con su voz quejumbrosa y las virtudes que el Señor le dio, parecía que trapassasse los sentimientos de todos. Y juntos muy conmovido por su aspecto débil y cansado, y la austeridad de su vida … “. Estas son las herramientas terapéuticas que están surgiendo en él, más me parece que hoy ignorada. Cuando Lucas dice de Jesús que “todo trató de tocarle, porque poder salía de él y sanaba toda enfermedad” (6,19), la observación de los santos, podemos tomar el mismo mensaje que le ha dado forma: el Jesús que asumo en ‘Eucaristía, ya que son uno con Él, debe emanar a través de mí, de mi corazón, tanto física como psíquicamente esta misteriosa energía que, aunque imperceptible a los sentidos, refleja una sensibilidad que se materializa: mi ser-en comunión puede dar dolor a las palabras que exige. Si mi personalidad y mi estado de ánimo lo reflejan, la gente no se dará cuenta de inmediato y yo grabar en el entorno no menos de las acciones.

    .

    Por el contrario, si la cara es una fachada hipócrita, sólo la curación de la dureza del corazón puede hacerme a disposición de la gratuidad del don de mí mismo. Jesús dijo claramente lo que hace que este mi hipocresía de sepulcro blanqueado “es desde el interior del corazón de los hombres, salen las intenciones malas” (Mc 7,21).

    Pero debido a la Comunidad Terapéutica scatturisca este caudal de agua de vida, es necesario que se ponga en duda. En este sentido, valdría la pena atesorar como el Padre Cantalamessa sugirió al Capítulo General de los Capuchinos …

    Algunos objetarán que saben del fanatismo, alguien más va a decir que las personas no están dispuestas a escuchar. Cardenal Suenens tenía razón: “Somos nosotros los que no están preparados para hablar.” Preguntémonos: St. Paul para los que escribieron la carta a los Romanos, el Tratado más difícil de todos Rivelazone? Tal vez por los teólogos de la Universidad de Roma, que todavía no estaban allí, o más bien de los simples cristianos, casi todos analfabetos, que venían del paganismo?

    Si somos un templo del Espíritu Santo, cada uno tiene que llenar con su plenitud y proclamar: “Aquel que bautizará con el Espíritu Santo y fuego.” La segunda fase está desapareciendo, ya que es él quien tiene que crecer en los que recibieron la euanghelion, entendida no sólo como Buena Noticia, pero en el significado que Pablo atribuye a su fin. Se ilumina el jesuita Ugo Vanni trato de resumir:

    (1) anuncio de Cristo crucificado y resucitado “a” mí;

    (2) el anuncio desafía a reunirse conmigo donde yo estoy. El anuncio de Cristo crucificado y resucitado se me notificó que me pone en una situación en la que no puedo escapar, pero dar fe;

    (3) Durante el anuncio, están llamados a decidir por sí o no: si digo “sí” Abro el evangelio y esta apertura es la fe. El “sí” de la fe es como encender un interruptor que le da espacio a la energía, que da espacio para el contenido del evangelio (Cristo muerto y resucitado), que se convierte en el agente contenido en el ser humano.

    (4) La aceptación de esto depende de mi situación escatológica, el más allá, mi salvación y mi perdición. Más que l ‘”más allá” en la línea de tiempo, Pablo enfatiza la situación cdell’ “para más”, que es el óptimo para los seres humanos. La perspectiva escatológica aquí es la perspectiva positiva que el hombre es visto en un coeficiente infinito, hasta el máximo grado. Al aceptar el evangelio del hombre se convierte en Sozomenos, una persona “que está guardando”, en el que la salvación comienza a desarrollarse. Este hombre está en el camino para el diseño óptimo, lo que Pablo llama “la salvación”. El rechazo del evangelio conduce, sin embargo, a la destrucción, y no como un infierno en el que el hombre está a punto de caer, sino como un vacío absoluto que se realiza dentro del hombre. El hombre que se abre a Cristo se realiza, los que rechazan a perder. La salvación se entiende, entonces, como la realización de la persona plena y completa, la perdición como el vacío y la falta. Para Pablo, el infierno es el hombre falló, en el sentido del plan de Dios no se cumplieron.

    Así que la muerte y resurrección de Cristo son los hechos, pero que muestra un aumento en un transitivo que escucha. No causan tanta compasión, como una “justificación”, una vida comunicada a través del acontecimiento de la Resurrección: la muerte de Cristo se ofreció para eliminar el carácter incompleto (el pecado) del hombre, la resurrección de Cristo para transferir el contexto activo de la su hombre de vitalidad.

    Por último, el evangelio de Pablo es el evangelio tou Tseou, “de Dios”, enfatizando así la trascendencia de este anuncio. Pero Paul abrazar el Evangelio de Dios, sino que también puede decirse que es “euanghelion mou” o “mi evangelio”. El Apóstol no sólo bienvenida, sino para requisitos particulares, lo hace “su”.

    Un equipo Terapéutica en sintonía con esta ola, sin duda, posee una marcha más larga. Pero con una condición: que hace que su conciencia de Pablo: “Yo estoy aquí entre ustedes en un estado de debilidad, miedo y temor, y mi charla y mi predicación no se basa en argumentos persuasivos de sabiduría. It ‘s el poder del Espíritu para convencerte. Así que su fe no está en la sabiduría humana, sino en el poder de Dios “(1 Co 2, 3-5).

    No cuenta el número de centros

    A raíz de Rahner se puede decir que el cristiano del futuro – incluyendo Fatebenefratelli – ser un místico o no será cristiano. Su tesis da fuerza en nuestro: si la estructura no es “convento-hospital”, entonces los atascos de engranajes. Debe ser un lugar donde la fuerza de la razón y el valor del flujo de la fe a contemplar con los ojos abiertos, la dimensión contemplativa de la vida que el nuevo arzobispo de Milán, Carlo Maria Martini había puesto a la cabeza de su plan pastoral.

    Si no es así, no es la misión del cristianismo en Salud, una misión que no puede ser ejercida sólo científicamente, sino que también se hizo de la amistad, las emociones, la comprensión, estímulo, promoción, altitud: una misión de salvación muy difícil. Si todo lo que tiene que existir, es sólo una función de una meta audaz que el intercambio de emociones sin fin de heridas, que producen emociones que tratan, y el anhelo de aquellos que, en el dolor y la locura, a la espera de ser reconocidos.

    Cuando el propósito común entre los religiosos y los laicos se convierte en imperceptible, a continuación, la estructura es sólo uno de muchos. En este caso, no debería sorprendernos su exclusión de los planes regionales. El caso me parece que es el emblemático hospital de Milán San Giuseppe. Sacrificado por necesidad, se hizo cargo de la continuaremos haciendo lo que has hecho, y los usuarios siguen a atormentarme como antes. Personalmente, creo que tienes que estar en Milán. Ya sea que usted tendrá que regresar. No orgullosos por razones nostálgicas, sino por lo menos una razón fundamental: porque él ha dejado un gran vacío en la ciudad ideal, después de cuatro siglos de presencia. Hospital y no de San José está todavía funcionan más o menos bien, como siempre. Al parecer, sólo la dirección ha cambiado y, a pesar de ser dejado todo en su lugar, el Convento-Hospital de San Carlo querido se ha ido. Si usted desea que vuelva a aparecer en la escena de hacerlo con un espíritu nuevo cargo de algunos de los principales trastornos de la metrópoli y que la Iglesia advierte que la “Casa de la Caridad”, encargado por el cardenal Martini, se enfrenta todos los días. El nombre de un lugar que ya he completado: “Villa florido” icono de la primavera que lleva a la Pascua, el espacio se entiende como un punto de referencia para aquellos que quieren volver a nacer.

    San Juan de Dios se ha fijado el objetivo del Señor: “omnes sanabat.” Él nos invita a obtener los espacios en diferentes frentes que deben tener un denominador común: puertas abiertas para descubrir a Dios a través de las grietas del territorio, para soportar el malestar de los demás, recoger los silencios, leer el corazón, compartir “Emociones heridas.”

    Prof. Borgna también vive en la poesía y la literatura que le han permitido recoger un álbum con cuerpo páginas “terapéutico. Al comentar sobre un poema de Georg Trakl, explica: “La soledad y el silencio, el silencio interior, nos permiten vislumbrar la vida de otro modo las formas propensos a escapar en los desiertos de descuido y falta de atención, y sin que la soledad y el silencio interior, sin que, como renovemos en nosotros, en nuestro corazón y en nuestra imaginación, la experiencia interior maravillosa descrito por Dante en el Purgatorio, cuando Beatrice invita al poeta a acercarse, y sus ojos reflejan las de Dante cegándolos? …. Son los ojos que revelan la esencia, de lo contrario insondables, de una persona “(p.15).

    Tengo que repensar la figura de novantasettenne Entre Patrick, la “perfecta alegría” Setenta años Franciscanas de la consagración religiosa, casi todos ellos pasó a compartir los problemas de salud mental llegado a extremos. En el día del funeral, en Brescia (19 de agosto de 2009), para reflexionar sobre el ataúd que estaba allí. Nunca un cargo. Sólo la posición de secretario para el “hospital” que la psiquiatría era hasta hace pocos años. Patrick, trovador canta a Dios, que por la tarde en un corto período de tiempo, tuve la oportunidad de experimentar la fenomenología de los ojos y miradas. El encuentro con varias personas, he vivido una y las otras emociones: los pocos cariñosa, muchos indiferentes, y los que son el resfriado más abrasador. en los organismos sociales y de salud tendrán esta experiencia .. Para extraer el sentido de humanización, es precisamente este “mal finas” que deben ser controlados. Cuando se lanzó el mensaje, no recibió el apoyo de la espiritualidad de comunión, que, como se ha dicho en otra parte, no es la abstracción, pero la vida de la escucha, el intercambio mutuo y la donación: comunicantes en Unum, gracias al mismo Espíritu (Efesios 4:4-6).

    Mis primeros años fueron forjados por hombres como Pablo VI, que sufrió una gran y dolorosa conciencia de la separación de la Iglesia Mundial. Y mi obispo, el cardenal Martini, me ha enseñado que Dios entra en los seres humanos para que sean como él, que divinizzarle. La Iglesia y el mundo también depende de nosotros. A partir de aquí la libertad de atreverse ir más allá del concepto de conveniencia. La conversación en la fe es el antídoto contra el aislamiento que produce los sellos y destruye gradualmente. Muchos miran de nuevo en una temporada eufórico. Ha establecido Negl’anni lema anterior de humanizar. ¿A quién se jacta de paternidad o los que los utilizó como portavoz, sería injusto restar el mérito de haber despertado del letargo y el mundo del cuidado de la salud también han puesto en marcha la maquinaria de tantos que necesita reformas. Pero sería ingenuo ignorar el hecho de que a menudo se toman del “hospital hermanos” de la cabecera del enfermo.

    La “alternativa de querer convertirse en líderes improvisados ​​y profetas, llamando bastante incomprensible para la mayoría de la gente – no es que diga – se ha producido heridas lacerantes secretos de frustración que escapan a los que probablemente se congratula por las realidades de cargos institucionales.

    Los laicos tienen que ver encarnó la ‘identidad original, no se dice en los libros o solicitado en las homilías. El futuro que ya ha comenzado, le gustaría ver Tornar a los frailes en los pasillos, ya no sólo los distribuidores de pastillas o extensores listas de personal, sino como enfermeros graduados, médicos, mejor aún psicólogos y psiquiatras, así como sacerdotes … Hombres Dios, que, siguiendo el ejemplo de la guía que me acompaña, tesoro también de la filosofía y la literatura. Un corpus de las personas consagradas – y espero que para “las mujeres del mismo palo”, ya que estaba en el origen – mujeres y hombres expertos en audición, organizados para santificar y scientificare, al igual que el Don Luigi Verzé el San Raffaele. Por supuesto, incluso con algún experto en la oficina, ya que los controles vigilantes sobre las cuentas y los auditores, que los consejeros delegados laicos. Mass así, su función sería equilibrar el ambiente que no prevalezca sobre el arrivismo de desconsagrada que, siendo mayoría casi absoluta en el nuevo “Hospital de Familia” que está surgiendo, podría poner unos contra otros.

    La FBF o la propia estructura como un “modelo”, de acuerdo con este objetivo de “compartir emociones interminables heridas, que producen emociones que tratan, y el anhelo de aquellos que, en el dolor y la locura, a la espera de ser reconocido”, o es sólo uno de muchos. Es claro entonces que la fuerza no está en el número de centros que han compartido, pero en el nuevo concepto de hacer “la terapia, a los que no sólo poner en común las ciencias médicas, sino también asistir al” espacio monacal “, en un extraordinario intercambio de emociones. Empezando por el más grande de todos: Jesucristo.

    Pero la percepción de “heridas emocionales” puede ocurrir sin contacto entre los pacientes y los terapeutas? “Las emociones que renacen en los que se preocupan, y aquellos que nacen de nuevo en que es atendido, están mutuamente entrelazados en un diálogo sin fin que no puede ser ignorado en su terapéutica importancia decisiva.” Este debe ser el “New hospitalidad.” En los labios de Juan de Dios están sobre las palabras del Apóstol: “Sed imitadores míos, como yo lo soy de Cristo” (1 Corintios 11:01). No es el vestido que hace que el Monaco, ni el grado que me califica, pero el arte de amar, es decir, la comunicación mutua y reconocer las emociones del Espíritu.

    Angelo Nocent

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